Londra: Amina dalla guerra in Somalia all’Italia e alla prima linea di un reparto ospedaliero Covid NHS

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Londra ( Di Christian Vinante Giovannini) – In Europa spesso ci lamentiamo delle situazioni politiche e delle varie faide fra i partiti che si alternano al governo con manovre che a volte sembrano poco corrette. Siamo tutti preoccupati per il Covid 19 e forse ci dimentichiamo che in molte nazioni i gruppi politici sono armati e pronti a uccidere per raggiungere il potere.

Qui nasce la storia di Amina Sheik Hassan, fuggita dalla Somalia esasperata dalla Guerra Civile che ha causato povertà, fame, carestia, più di un millione di morti in 20anni e pochissime possibilità di lavoro lecito per i suoi abitanti.

Un gruppo armato saccheggia la farmacia di famiglia, evedendo persone irrompere nelle scuole per rubarne i banchi e le sedie, Amina capisce che purtroppo il futuro della Somalia è poco promettente.

Era il 1991, anno in cui arrivò in Somalia la giornalista RAI Ilara Alpi, poi assassinata a Mogadiscio durante le sue indagini giornalistiche sul traffico internazionale di rifiuti tossici e armi, dove apparivano alcuni membri dei Servizi Segreti Italiani e dell ‘Ndrangheta. In Italia i magistrati si preparavano a cambiare la storia politica con l’operazione Mani Pulite. A 17 anni, Amina riesce a raggiungere l’Egitto e dopo qualche mese ottiene il visto per l’Italia, dove ha alcuni parenti.

Arrivata in Italia comincia a lavorare per i servizi sociali trovando il tempo di studiare fra un turno e l’altro, e dopo alcuni anni si laurea in Scenze Infermieristiche all’Università di Varese.

Grazie a un bando universitario, Amina comincia a lavorare presso il prestigioso Ospedale del Canton Ticino, dove ottiene il supporto per iscriversi e laurearsi anche in Psichiatria Infermieristica all’Università Svizzera/Italiana (SUPSI).

La sua tesi di Laurea è stata la prima, nonché unica in Italia al tempo, basata sulla mutilazione genitale femminile. Amina viene così invitata a intervenire sul tema al Congresso Internazionale sulla Mutilazione a Roma e anche al programma Rai Uno Mattina.

Amina decide di raggiungere i parenti in Inghilterra, si sposa, ha 2 bambini e dopo un lungo periodo di maternità comincia a lavorare in case di cura private, dopo di che fa domanda all’NHS come infermiera. Ottiene il lavoro e recentemente viene nominata capo reparto infermeristico per il dipartimento gastrointenstinale del “Barts Trust Whipps Cross University Hospital”; al fianco del dott.Renato Caviglia (nella foto con Amina) proprio nel mezzo della pandemia. Durante la prima ondata viene trasferita al reparto Covid.

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Ho incontrato Amina per questa intervista all’inizio di dicembre dove la situazione sembrava sotto controllo e ci si aspettava un Natale e un Capodanno relativamente normali senza conoscere il nome terribile di “Omicron”;.

La richiamo a distanza di 2 settimane quando la situazione è drasticamente cambiata: mi racconta che i ricoveri sono notevolmente aumentati e anche i decessi cominciano lentamente a essere più numerosi. I non vaccinati sono la maggior parte dei pazienti e restano in ospedale anche fino a 2 o 3 settimane. Quasi tutti decidono di fare il vaccino dopo il ricovero.

Per concludere, le persone in prima linea nei nostri ospedali hanno un passato di educazione, conoscenza, passione, dedizione, sacrificio e la capacità di cambiare e salvare le vite. Forse, adottare comportamenti sociali con rispetto per le persone a rischio, per i malati e per chi li cura durante queste feste natalizie e di nuovo anno farebbe bene a tutti.