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Politica

Usa: fra stimolo all’economia e posti di lavoro

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 “È una ricompensa per i sindacati”. Ecco come Judd Gregg, senatore repubblicano dello Stato del New Hampshire ha caratterizzato il nuovo disegno di legge approvato dal Senato e dalla Camera che salverebbe il posto di lavoro a 160.000 insegnanti, vigili del fuoco e agenti di polizia. Oltre a ciò il disegno di legge stanzierebbe sedici miliardi di dollari per supportare Medicaid, il sistema federale di sanità per i più poveri.
         Il costo totale di questo stimolo, parte due quando si considera l’altro approvato all’inizio dell’anno, sarebbe di ventisei miliardi di dollari. Questi soldi saranno destinati a sostenere i bilanci statali che sono tutti in serie difficoltà. Nel caso della California si tratta di un deficit di diciannove miliardi. La nuova legge aiuterebbe anche se non coprirebbe totalmente il buco al bilancio.
         Come era da prevedere la nuova legge è stata approvata dal Senato con cinquantanove voti democratici e due repubblicani. La stessa storia alla Camera dove la stragrande maggioranza dei voti sono stati forniti dai democratici. 
L’opposizione repubblicana è stata quasi compatta e dovuta alla preoccupazione per il deficit. Se gli Stati hanno problemi col bilancio, il governo federale non si trova certo in una situazione migliore. C’è ovviamente la differenza che il governo federale può permettersi il lusso di vivere con i deficit mentre gli Stati devono approvare un bilancio annuale senza deficit.
I promotori della nuova legge hanno anche chiarito che i fondi per il mini stimolo non aggiungeranno al deficit. La loro fonte si baserà su dei limiti ad alcuni provvedimenti fiscali alle aziende che operano all’estero.
Nonostante l’opposizione della stragrande maggioranza dei senatori repubblicani non pochi governatori del Gop hanno applaudito la nuova misura. Il governatore della California Arnold Schwarzenegger è uno di questi. Il Golden State riceverà 1,2 miliardi di dollari che salveranno 13.000 posti di lavoro. 
Per le scuole americane che apriranno le porte per il nuovo anno accademico verso la terza o quarta settimana di agosto si tratta di buone notizie. Non ce ne sono molte di questi giorni.
I fondi per le scuole vengono principalmente da fonti locali e statali dove aumentare le tasse è quasi impossibile. In alcuni Stati l’aumento delle tasse richiede non una semplice maggioranza ma il due terzi dei voti favorevoli. In effetti, la minoranza riesce spesso a limitare le spese.
La retorica antitasse degli ultimi trent’anni ha creato una cultura miope che non riconosce il bene comune. Svuotare le tasse del governo statale o federale si traduce in una mancanza di servizi eccetto per coloro che possono permettersi il lusso di pagarli da se.
La campagna di disinformazione della destra sulle tasse come nient’altro che sprechi ha funzionato a tal modo da intimidire i politici di sinistra e creare una destra che deve adorare all’altare di niente tasse in nessuna maniera. Le tasse vanno dunque sempre ridotte secondo i repubblicani. Se si riducono le tasse ai ricchi si ottiene anche uno stimolo all’economia, secondo il mito della destra. I ricchi che pagano meno tasse spenderanno questi soldi per creare posti di lavoro.
In realtà cìo non avviene come afferma Paul Krugman, vincitore del premio Nobel per l’economia l’anno scorso. Salvando i posti di lavoro di un maestro, un poliziotto o un vigile del fuoco invece, secondo Krugman, aiuta di più perché questi spenderanno quasi tutti i soldi per potere vivere. Queste spese entreranno nell’economia e serviranno da stimolo ed eventualmente creeranno altri posti di lavoro.
“Questo non è altro che un salvataggio” ha dichiarato il parlamentare repubblicano dell’Indiana Steve Buyer cercando di convincere i suoi colleghi a votare contro lo stimolo. Buyer ha continuato dicendo che lui spera che gli americani ricorderanno il voto nelle elezioni di midterm a novembre.
Ha ragione. Se i democratici sono politicamente astuti potranno fare una campagna dicendo che i repubblicani hanno votato contro i poliziotti ed i vigili del fuoco. Sarà interessante vedere quanti americani sceglieranno di sostenere i poliziotti o il Partito Repubblicano che da quando è stato eletto Obama non fa altro che dire di no a tutto. 

Ultimo aggiornamento Lunedì 16 Agosto 2010 22:08

In fin di vita Francesco Cossiga: il finto matto delle contraddizioni- il percorso storico

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Dotato di capacità di osservazione acuta e “cristiana modestia” (ma presa dai gesuiti o dagli scolopi, non certo dai francescani), incline alla battuta ironica e pronto a favorire scuse pubbliche, Cossiga spesso è stato tacciato di follia; una personalità complessa suscettibile di amori e dissapori. “Ma io non sono matto. Io faccio il matto. È diverso… […] io sono il finto matto che dice le cose come stanno”, ha detto nel 2007 in una intervista al Il Foglio. Gli stati depressivi non sono un'invenzione dell'età moderna. Esistono da sempre. Come dimostrano numerose testimonianze, la depressione e la sua variante più attenuata, la malinconia, sono state descritte da artisti e letterati dei secoli passati. Fino a oggi, tuttavia, si è indagato pochissimo sui fattori scatenanti, i motivi e le cure della depressione. Senza dubbio ciò è in parte da ricollegare alla dinamica stessa di questo stato d'animo, perché diversamente dal soggetto aggressivo, che scarica la frustrazione all'esterno, il depresso la tiene tutta per sé. Si ritrae al proprio interno, si nasconde, non vuole avere nulla a che fare con il resto del mondo e, di conseguenza, riceve anche molta meno attenzione. Quello che il depresso considera il significato, lo scopo della sua vita, va perduto, o comunque non si realizza. E non è un caso che Cossiga abbia a lungo sofferto e a più riprese, di depressione.  Oggi l'ex presidente della Repubblica e Senatore a vita , Francesco Cossiga, 85 anni lo scorso 26 luglio, è stato ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma per problemi respiratori, che si sarebbero aggravati nel corso della giornata, tanto che, sembra, in serata gli sarebbe stato  somministrato il sacramento dell'unzione degli infermi, altrimenti noto come estrema unzione. Il reparto di rianimazione è blindato, è vietato l'accesso a giornalisti e telecamere e poliziotti in borghese sorvegliano la zona. La famiglia ha chiesto di mantenere il più stretto riserbo. Durante il settennato della sua presidenza della Repubblica, prima con le sue rivelazioni sul caso Gladio, poi sulla P2, poi con le “picconate” alla degenerazione partitocratica di ogni colore, è stato considerato da molti “un matto da legare” e da tanti altri un uomo pericoloso e da temere. Ma il suo nome resta soprattutto legato al caso Moro. Nel marzo-maggio 1978, ricoprì l’incarico, cruciale e decisivo, di ministro dell’Interno nel governo Andreotti e, per cinquantacinque giorni, diresse  le indagini sul rapimento di Aldo Moro nell’agguato di via Fani da parte delle Brigate Rosse e non ha mai raccontato interamente le verità di cui è a conoscenza. Nel 2002 intervenne  sul più diffuso quotidiano del nostro Paese, Il Corriere della Sera,  per smentire la testimonianza dell’on. Giovanni Galloni, che un mese prima, durante la presentazione del libro di Giuseppe De Lutiis sulla vicenda,  aveva riaffermato la sua convinzione della presenza della Cia nell’affare complesso legato al rapimento e all’assassinio successivo dello statista cattolico. In quella versione Cossiga chiama in causa il supposto silenzio del Pci, poiché: “non i vertici del partito, non Berlinguer e Pecchioli ma i capi sindacali nelle fabbriche conoscevano la verità e tacquero”. Secondo l’ex presidente, che chiama in causa l’ex brigatista Gallinari, “i comunisti e più ancora il Kgb hanno alimentato la leggenda nera della P2; ma i piduisti che facevano parte del comitato di crisi del Viminale erano tutti protetti di Moro. Ed erano filoamericani. Del resto l’unico suggerimento che mi venne dagli americani fu di aprire la trattativa con le Br per farle venire allo scoperto”. Con simili affermazioni, Cossiga ha allontanato da sé i sospetti che ancora gravano, dal punto di vista storico, sul suo ruolo di ministro dell’Interno durante quei drammatici giorni, giacché assolve otto su dieci membri del Comitato di crisi del Viminale legati alla P2 in quanto “protetti di Moro”, anche se cade in una patente ed ulteriore contraddizione, perché sostiene che erano tutti filoamericani ma dimentica che Moro era, in quel momento, in grave contrasto con il Dipartimento di Stato americano per la politica di compromesso storico con il Pci.  Ma, forse, per comprendere l’enigmatico, contraddittorio, contorto Cossiga, bisogno rileggere la sua lunga postfazione al volume "Il torto e il diritto . quasi un' antologia personale", a cura di Pasquale Chessa, edito da Mondadori nel lontano 1993. Scrive l’ex Presidente: “non trovavo contrasti nell' auspicare e nell' operare per il definitivo ingresso del Partito comunista (a me piace tuttora chiamarlo cosi' , non trovando nella storia dell' Italia nulla di indegno in questo nome, perche' debba essere cancellato) nel circuito vivo del governo del Paese, a ogni livello e in ogni forma, e nel ritenere ormai storicamente realistica l' accettazione nella vita democratica del partito della continuita' non "del" ma "dal" fascismo". Ed è evidente che tutto questo stride con l’anticomunismo radicale e radicato che ha da sempre contraddistinto ogni sua azione. Cossiga, anche in quel caso, vorrebbe farci credere che il suo scopo era di realizzare la "democrazia compiuta", cioe' la perfetta alternanza di governo fra maggioranza e opposizione; senza tener conto che la storia ce lo ha consegnato, nei fatti, come il presidente della Repubblica piu' odiato dalla sinistra, il presidente di Gladio accusato di golpismo se non di stragismo (anche se nessuno, salvo Pannella, ha poi raccolto le firme per metterlo in stato d' accusa) e non già, come scrive, estimatore di Occhetto al punto da essere pronto ad affidargli addirittura l' incarico di formare il governo. Insomma già da allora, più di tre lustri or sono, Cossiga costruisce il suo bel falso monumento alla memoria e vuole farsi ricordare come un innovatore a cui solo le circostanze e le asprezze del contrasto politico hanno impedito di essere il de Gaulle italiano, o almeno il "traghettatore" ,  come si direbbe oggi ,  dalla prima alla seconda Repubblica. Il suo predecessore Sandro Pertini, secondo lui, era un conservatore sul piano istituzionale, legato al mito fondante della Repubblica. Mentre lui, capace di cimentarsi coi tempi e sul terreno della prassi, fu un riformatore: tanto che gli incarichi a Spadolini e a Bettino Craxi furono opera sua. E le contraddizioni fra fatti e detti, azioni e parole, sono continuate anche dopo. Nel 2005 dichiarò: “dal 1° gennaio 2006 non mi occuperò più di politica militante, né con attività, né con parole, né con scritti. Non mi occuperò di politica, salvo lo impongano imprescindibili motivi di coscienza etica […]”;  continuando “nella vita vi è un tempo per operare ed un tempo per meditare e prepararsi a morire nella pace del Signore ed in amicizia con Lui”. Ma si sa, non sempre i buoni propositi corrispondono ad altrettante azioni. Dopo quell’annuncio, Cossiga ha continuato comunque a parlare e a scrivere di attualità politica intervenendo a tavole rotonde, a dibattiti televisivi e radiofonici concedendo, altresì, interviste sui temi banditi. Nel 2009, in un altro libro molto interessante da titolo chilometrico e colto (Mi chiamo Cassandra. Arguzie, giudizi e vaticini di un profeta incompreso,) a cura di Anna Maria Cossiga, edito da Rubbettino, Cossiga scrive della sua sardità un concetto non facilmente intuibile per chi sardo non è. Riferendo peculiarità tipiche della sua terra, il presidente tratteggia i riti superstiziosi e le fantasie di un popolo incline alle profezie e alle credenze folcloristiche. Ricorda l’incanto dell’autonomia del vecchio Ducato di Savoia, caduto a favore del nuovo Regno di Sardegna, e la stranezza dei sardi nel votare unilateralmente a sostegno della realtà che veniva configurandosi. Una terra dove «non si dice “rubare il bestiame”, ma “truvare sa roba”, cioè far camminare la roba” e dove la vendetta è azione alla quale un uomo d’onore non può sottrarsi. In questo capitolo Cossiga racconta le sue origini miste, tra borghesia e piccola nobiltà, la fanciullezza e i miti infantili appartenuti alla famiglia democratica, antifascista, repubblicana e autonomista sarda. Non perde occasione, l’autore, per puntualizzare la sua educazione in parrocchia-oratorio, diversamente da Romano Prodi, in parrocchia anch’egli, ma in “odore di sagrestia!”. Nel secondo capitolo, Alias, vengono riproposti gli alter ego di Cossiga, nomi con i quali firma articoli e interviste e che diventano emblematici della contraddizione del suo pensiero. Uno di questi è Franco Mauri, ispirato al nome completo, Francesco Maurizio, e con il quale su Libero del 2003 dichiara il suo mito politico, Palmiro Togliatti. Fa sorridere altresì la vignetta di Forattini riportata in copertina: un Cossiga vestito da magistrato al banco degli imputati che proclama: “Sono per il no, ma per non interferire, voterò sì”. E’ proprio vero, Cossiga della contraddizione ha fatto una bandiera ed è per questo che è un politico interessante, pieno di angolo bui, un angiporto labirintico più intricato della stesso compagno di partito Giulio Andreotti. Ancora su Il Foglio, nel 2003, da una definizione secca e netta anche su alcuni politici di oggi. Di Prodi dice: “è la persona che capisce meno di politica, ma è uno dei più furbi che conosco… dice le bugie meglio di Berlusconi”; mentre del Cavaliere e del suo partito afferma: “Forza Italia è l’unico caso di un partito fondato non sulla base di una scelta culturale e direi quasi filosofica, ma per emancipazione di un’unica personalità” e continua: “Berlusconi è una novità assoluta, unico caso di leader che ha creato un partito ex novo e dunque nemmeno concepibile senza di lui”. Infine, il 22 giugno dello scorso anno, Cossaga, dal Corriere, scrive una lunga lettera di amicali rimproveri al Cavaliere raccomandandogli: “basta rotolarsi nella melma”. In quel momento  in cui il Cavaliere si trovava  in un brutto impiccio per motivi “sentimentali” e anche” per motivi, diciamo così, mercantili”, Cossiga dice al  premier  che lui è “vittima dell'odio dei tuoi avversari ma anche delle tue imprudenze e ingenuità” e gli scrive di non credere “sia vittima di un complotto”. “Lascia stare i complotti - prosegue il presidente emerito della Repubblica – e respingi anche l`odio che è un cattivo consigliere anche per chi ne è oggetto”. Lo invita a vendere Villa La Certosa, “o meglio regalala allo Stato o alla Regione Sarda: è indifendibile e "penetrabilissima". Lascia anche Palazzo Grazioli, che ha ormai una fama equivoca e trasferisciti per il lavoro e per abitarvi a Palazzo Chigi”. Non chiedere scusa a nessuno, scrive Cossiga, salvo che ai tuoi figli, quelli almeno che hai in comune con Veronica. “Non mi consta che gli altri due grandi sciupa femmine come Kennedy e Clinton abbiano mai chiesto scusa al loro popolo”. Chiede poi a Berlusconi di far la pace con Murdoch (“tra ricchi ci si mette sempre d`accordo”) e di cercare un armistizio con l`Anm (“porta alle lunghe la legge sulle intercettazioni e quella sulle modifiche del Codice di Procedura Penale e dai ai magistrati un consistente aumento di stipendio”).  Altrimenti se il premier avesse voluto fare la guerra avrebbe dovuto tenere al Senato un duro discorso sfidando l`opposizione, “fa presentare una mozione di approvazione delle tue dichiarazioni, poni la fiducia su di essa e, come ai gloriosi tempi della Dc con il Governo Fanfani, fatti votare contro dai tuoi, impedendo con i voti la formazione di un altro governo, porta così il Paese a inevitabili nuove elezioni”. Beh, in parte, Berlusconi e la storia hanno dato ragione ai suoi consigli ed alle sue previsione da Pizia invasata. In mezzo ad un mare di contraddizioni Cossiga resta un uomo ed un politico fra i più importanti della prima e della fase iniziale della seconda Repubblica, un uomo che è passato attraverso varie vicende drammatiche e a cercato di riscattarsene, ma credendo, erroneamente, di poter tornare ogni volta quello di prima. Invece (e noi aquilani lo stiamo imparando), dopo grandi tragedie o grandi lutti, non si torna mai come prima e si resta, come dice Jodie Foster nel film di Nei Jordan “Nel buio dell’anima”, come cristallizzati e vuoti, dentro un altro noi, completamente diverso da come eravamo o speravamo di essere. Insomma una vicenda umana intricata e complessa quella di Cossiga, una vicenda molto difficile da decifrare e, soprattutto, da scusare e digerire. 

Ultimo aggiornamento Martedì 10 Agosto 2010 10:45

Usa: il patriottismo di pagare le tasse

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William Gates Sr, padre del fondatore di Microsoft, ha lanciato un’iniziativa nello Stato di Washington che aumenterebbe le tasse agli individui con un reddito annuale di 200.000 dollari e le famiglie con reddito di 400.000 dollari. Non si sa esattamente cosa ne pensa, Bill, il miliardario figlio il quale eventualmente vedrebbe le sue tasse aumentate notevolmente.
         Un aumento simile avverrebbe al livello nazionale quando le riduzioni delle tasse approvate da George Bush nel 2001 e 2003 sono programmate a scadere nel gennaio del 2011. A meno che l’amministrazione dell’attuale presidente Barack Obama non decida di estendere le riduzioni approvate dal suo predecessore. 
         Ciò non avverrà perché si tratterebbe di un dietrofront di Obama alla sua promessa durante la campagna elettorale del 2008 di aumentare le tasse ai benestanti e ridurle alla classe media.
         Dopo avere lottato con il Partito Repubblicano per portare avanti la sua agenda legislativa, il tema delle tasse formerà il nuovo conflitto. La questione da risolvere sarà il fatto di separare la scadenza della riduzione delle tasse fra i benestanti e la classe media. Il piano di Obama manterrebbe le riduzioni solo per i lavoratori e costerebbe 2,5 trilioni di dollari per i prossimi dieci anni.
         Alcuni leader del Partito Democratico esitano ad estendere le riduzioni per l’impatto al deficit nazionale e stanno considerando un limite di tempo oltre il quale scadrebbero. Se naturalmente le riduzioni approvate da Bush diverrebbero permanenti per tutti i cittadini il deficit peggiorerebbe di più.
         Ciò non preoccupa i repubblicani che rimanendo fedeli al concetto di tasse sempre più basse non si preoccupano in questo caso del deficit che aumenterebbe di tre trilioni nei prossimi dieci anni. L’aumento del deficit era la scusa dei senatori repubblicani qualche giorno fa per non votare a favore dell’estensione dei benefici ai disoccupati.
         La riduzione delle tasse è vista dai repubblicani come investimento per migliorare l’economia. Ciò non sembra funzionare specialmente se si considera la storia recente. Quando George Bush figlio divenne presidente ereditò un surplus di bilancio da Bill Clinton. Bush disse che il governo aveva troppi soldi e lui intendeva chiedere un “rimborso” per i cittadini. La sua riduzione delle tasse è divenuta apparente. Deficit stratosferici e un’economia disastrosa ereditati da Obama esattamente come avvenne a Bill Clinton nel 1993 quando George Bush padre gli consegnò le chiavi della Casa Bianca.
         I deficit preoccupano i repubblicani quando i democratici sono al potere. Quando loro controllano il governo diventano “spendaccioni”. Riducono le tasse e creano i deficit che si traducono eventualmente nella riduzione dei programmi sociali. Cercano persino di minare i programmi sacrosanti come il Social Security dicendo che sono insostenibili perché le casse del tesoro sono vuote. Spingono dunque per la privatizzazione come fece George Bush in modo tale che ognuno si conservi i propri soldi per la pensione. Nella teoria repubblicana, investire i risparmi a Wall Street, vista come gioco d’azzardo da non pochi, fornirà le risorse necessarie per la vecchiaia.
Ma i soldi per i programmi governativi ci sono sempre. Coloro che guadagnano bene devono contribuire di più per il bene comune. Aumentare le tasse ai poveri è impossibile e controproducente. Aumentare le tasse alla classe media serve a poco anche perché questo gruppo spende quasi tutti soldi guadagnati per potere vivere. Rimangono i benestanti che Obama definisce come coloro che guadagnano almeno 200.000 dollari annui.
         Questo gruppo, che mediante il suo talento e le opportunità offerte dal nostro sistema, è riuscito ad avere successo ha il dovere patriottico di pagare di più. Lo ha detto anche Jon Stewart, il notissimo conduttore televisivo del programma “The Daily Show”. Stewart ha spiegato a una sua ospite repubblicana che a lui non dispiace pagare qualcosa in più per aiutare quelli meno fortunati di lui che non hanno avuto il suo successo. “È un modo per me di contribuire alla società che mi ha dato tanto” ha detto Stewart. Un messaggio patriottico che dovrebbe fare eco con tutti gli altri che come Stewart hanno avuto la fortuna di avere successo e vivere bene. Si tratterebbe, in fin dei conti, di un piccolo investimento per mantenere a galla il sistema che funziona così bene per i benestanti.

Obama e la fine del suo capitale politico

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Solo il ventidue percento dei californiani approva il lavoro di Arnold Schwarzenegger, il governatore del Golden State. Nel caso del presidente Barack Obama il quarantaquattro percento degli americani gli dà voti favorevoli. 
Il contrasto dovrebbe far sorridere Obama ma solo qualche mese fa il suo tasso di approvazione era del sessantasette percento. Qualcosa non funziona dunque per il presidente degli Usa oltre che per il governatore della California. 
Nel caso del secondo si tratta di un’anatra zoppicante dato che il suo mandato finirà a novembre. Per il residente della Casa Bianca si tratta di un’altra storia dato che è solo al secondo anno del suo mandato.
Il calo di popolarità di Obama non riflette i suoi risultati legislativi. Nonostante la forte opposizione del Partito Repubblicano il presidente è riuscito a fare approvare importanti disegni di legge. A cominciare dallo stimolo all’economia di 862 miliardi di dollari. C’è poi stata la riforma sulla sanità e più recentemente la riforma finanziaria che dovrebbe evitare le crisi economiche regolando Wall Street e proteggendo i consumatori.
Tutti questi successi legislativi sono dovuti al presidente Obama ma naturalmente anche al Partito Democratico che in grande misura ha votato favorevolmente. I voti repubblicani a questi sforzi legislativi si possono contare sulle dita di una mano. In linea generale il Partito Repubblicano si è dimostrato compatto nel suo tentativo di deragliare la politica legislativa di Obama.
         Il calo di approvazione del presidente statunitense si deve quasi esclusivamente all’economia. Nonostante alcuni segnali di ripresa il numero di posti di lavoro non è ancora aumentato sufficientemente per ridurre la disoccupazione. Lo stimolo all’economia approvato l’anno scorso ha avuto degli effetti positivi. La maggior parte degli analisti credono che lo stimolo abbia salvato tre milioni di posti di lavoro. Ma è molto probabile che la misura dello stimolo sia stata insufficiente. Sono di questo avviso non pochi economisti tra i quali Paul Krugman, vincitore del Premio Nobel per l’economia l’anno scorso.
         Le elezioni di midterm che si terranno fra quattro mesi non sembrano dunque favorevoli ad Obama ed il Partito Democratico. Dato che non si tratta di un’elezione presidenziale il numero di partecipanti sarà più basso del solito. Solo questa ragione già favorisce il Partito Repubblicano dato che i membri del Gop si recano alle urne più regolarmente dei loro avversari. L’economia traballante aggiungerà ai problemi del partito di Obama.
         Ciononostante si tratta di elezioni locali ognuna delle quali ha le sue caratteristiche nonostante le ramificazioni nazionali. Se i repubblicani dovessero riottenere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e al Senato si tratterebbe ovviamente di grossi grattacapi per Obama dato che la sua agenda politica sarebbe ancor più bloccata.
         Obama deve dunque sperare che l’economia si riprenda al più presto perché gli elettori spesso votano la situazione delle loro tasche. Durante incertezze economiche gli elettori cambiano direzione perché hanno poca pazienza specialmente nel mondo attuale.
         Obama potrebbe naturalmente giocare la carta di Ronald Reagan per cercare di spiegare le difficoltà economiche come il risultato di una politica con radici nell’amministrazione precedente. Ecco esattamente cosa fece Reagan nel 1982 quando il gipper dovette fare fronte ad una crisi economica subito dopo la sua elezione.
         Nel caso attuale Obama avrebbe tutte le ragioni per additare alle radici dei problemi nel passato considerando ciò che ha ereditato da George Bush: due guerre e un’economia all’orlo del precipizio. Obama potrebbe insistere su questo punto: ci sono voluti parecchi anni per sprofondare in questa crisi economica e ce ne vorranno parecchi per uscirne. Cambiare rotta per ritornare al clima politico del passato caratterizzato da tasse più basse per i ricchi non farebbe che peggiorare la situazione.
Alla fine però Obama dovrà conquistarsi più capitale politico da sé stesso indicando i suoi successi invece dei fallimenti del suo predecessore.

U.S.A.: Health reform law ( Michelle Obama's letter...

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Letter to editor. When you hear about the new health reform law these days, too much talk is focused on the political. What I’ve found is that most Americans just want to know how this new law helps their families stay healthy — and how it reduces their costs. The first thing I tell people who ask about the Affordable Care Act is that, for moms like me, it makes our lives easier. It gives families control over their own care. And it gives us the comfort of knowing that our insurance will be there when we need it most — especially if we get sick. Then I tell them that it gets better, but there’s a lot to know. To help, this administration has set up HealthCare.gov, where folks can see customized information about how care will improve for their families. So much of what makes this law great is its emphasis on preventive care — right now, too many people aren’t getting the check-ups or the screenings they need to stay healthy. Twelve percent of kids haven’t seen a doctor in the past year. And 59 million adults — and 11 million children — depend on an insurance plan that does not cover basic immunizations. Health reform is changing that. Under this new law, all new private plans will provide basic preventive services — things like childhood immunizations and checkups, mammograms, colonoscopies, cervical screenings, and treatment for high blood pressure — absolutely free of charge. No copay. No deductible. No co-insurance needed. And, on HealthCare.gov, you can not only learn what preventive steps will help keep your family healthy, but also what insurance coverage options are available based on your needs.

 

A focus on prevention will help us to combat diabetes, heart disease, and high blood pressure — chronic illnesses that right now lead to seven of ten deaths in the United States and 75 percent of our national health care costs. And it will help us tackle an issue that is dear to my heart — childhood obesity. As some of you know one of my top priorities as First Lady is the Let’s Move! campaign, where we have made it our goal to put a stop to the challenge of childhood obesity within a generation, so children who are born today grow up at a healthy weight. Each of us needs to take responsibility for our own health and the health of our families, and the new health reform law can help. That’s why I’m writing today — to make sure you and Americans across the country know how their health plans are getting better day by day under reform. (Michelle Obama)

foto: traditionofexcellence...

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