As a candidate for this office, I pledged to end this war responsibly. And, as President, that is what I am doing. Since I became Commander-in-Chief, we’ve brought home nearly 100,000 U.S. troops. We’ve closed or turned over to Iraq hundreds of our bases. As Operation Iraqi Freedom ends, our commitment to a sovereign, stable, and self-reliant Iraq continues. Under Operation New Dawn, a transitional force of U.S. troops will remain to advise and assist Iraqi forces, protect our civilians on the ground, and pursue targeted counterterrorism efforts. By the end of next year, consistent with our agreement with the Iraqi government, these men and women, too, will come home. Ending this war is not only in Iraq’s interest — it is in our own. Our nation has paid a huge price to put Iraq’s future in the hands of its people. We have sent our men and women in uniform to make enormous sacrifices. We have spent vast resources abroad in the face of several years of recession at home. We have met our responsibility through the courage and resolve of our women and men in uniform. In seven years, they confronted a mission as challenging and as complex as any our military has ever been asked to face. Nearly 1.5 million Americans put their lives on the line. Many returned for multiple tours of duty, far from their loved ones who bore a heroic burden of their own. And most painfully, more than 4,400 Americans have given their lives, fighting for people they never knew, for values that have defined our people for more than two centuries. What their country asked of them was not small. And what they sacrificed was not easy. For that, each and every American owes them our heartfelt thanks. Our promise to them — to each woman or man who has donned our colors — is that our country will serve them as faithfully as they have served us. We have already made the largest increase in funding for veterans in decades. So long as I am President, I will do whatever it takes to fulfill that sacred trust. Tonight, we mark a milestone in our nation’s history. Even at a time of great uncertainty for so many Americans, this day and our brave troops remind us that our future is in our own hands and that our best days lie ahead. (Barack Obama)
First News/Primo piano
The end of the American combat in Iraq
The ecological and moral crisis in Europe today
From 1-5 September, with five stages, the European pilgrims will reflect on the theme chosen by Benedict XVI for the 2010 World Day of Peace: “If you want to cultivate peace, protect creation”. Hungary – Slovakia – Austria Bishops and delegates from the Bishops’ Conferences of Europe with responsibility for protecting Creation aim to present to Europe the Church’s outlook on the gifts of creation and strengthen the exchange and network of national delegates by means of a “green” pilgrimage from Esztergom (Hungary) to the Marian shrine of Mariazell (Austria), passing through Bratislava (Slovakia).
Il Social Security: quando il governo funziona

Quando il presidente Franklin Delano Roosevelt creò il Social Security nel 1935 fu attaccato dai repubblicani come socialista e anche peggio. Il nuovo programma avrebbe imposto un’obbligatoria tassa socialista, secondo alcuni. Altri lo accusarono di frode. Settantacinque anni dopo però il programma continua e nonostante i costanti assalti che subisce, il suo successo si misura con numeri concreti.
A cominciare dal supporto della maggioranza degli americani. Il settantasette percento di tutti gli statunitensi e persino il sessantotto percento dei repubblicani credono che il governo dovrebbe lasciare il Social Security in pace. Secondo un altro sondaggio persino il settantacinque percento dei “tea-partiers” favorisce il Social Security e il Medicare.
Ma le cifre più significative vengono da coloro che ricevono i benefici. Più di cinquanta milioni di americani ricevono assegni dal Social Security. Una ventina di milioni di americani rimangono fuori dalla soglia della povertà grazie a questi assegni.
Ciò non vuol dire che il Social Security da se stesso permette di vivere una vita lussuosa. L’assegno medio del Social Security si aggira sui mille dollari al mese che negli Stati Uniti è insufficiente per potere vivere senza altre risorse.
I soldi ricevuti vengono dai contributi fatti al programma che all’inizio includevano solo il due percento dello stipendio. Col passare del tempo la cifra dei contributi è aumentata e adesso è di 12,4 percento, metà pagati dal datore di lavoro e l’altra metà dal lavoratore.
Nonostante il successo del Social Security gli attacchi non finiscono mai. I repubblicani continuano a cercare di destabilizzarlo affermando che andrà in bancarotta. Dimenticano però che gli Stati Uniti è un Paese ricco che può permettersi il “lusso” di dare agli anziani ciò che loro hanno guadagnato con il loro lavoro e i loro contributi.
La soluzione della destra è di privatizzarlo come cercò di fare George Bush figlio. L’idea dell’ex presidente era di permettere ai lavoratori di investire una parte dei loro contributi in conti privati sostenendo che in questo modo guadagnerebbero di più. Si sa come sono andate le cose con gli investimenti negli ultimi anni. Molti piccoli risparmiatori hanno visto i loro conti perdere una parte notevole del loro valore. Investire i propri risparmi può funzionare per i pochi ma per la maggioranza significa ritornare all’epoca prima della creazione del Social Security.
Qual era la situazione allora? Senza un programma governativo che desse minimi benefici la metà degli anziani si trovava in condizioni di severa povertà . Dovevano, in effetti, dipendere dai loro figli i quali avevano i loro problemi.
Bisogna ricordare che il Social Security fu stabilito durante la depressione quando non c’erano posti di lavoro. Roosevelt capì che il capitalismo estremo produceva benessere per alcuni ma disastri per molti. È incredibile che durante una severissima crisi economica un programma come il Social Security sia stato creato. Il merito va ovviamente a Roosevelt il quale usò il suo carisma per convincere il popolo americano che il governo doveva investire nel futuro della gente. Si trattava ovviamente oltre al Social Security di creare posti di lavoro. Il governo divenne la soluzione almeno temporanea anche mediante il New Deal di Roosevelt che incluse investimenti per creare lavori per la gente.
Nonostante il successo del Social Security ci sono problemi demografici. Il numero dei lavoratori che contribuisce al Social Security diminuisce. Il numero dei pensionati che riceve benefici aumenta. Questo divario crea problemi dato che richiede più risorse costantemente. C’è poi il fatto che la gente vive di più che nel passato ed ovviamente ci vorranno dei ritocchi al programma.
Da non seguire però l’esempio del Cile il quale nel 1981 privatizzò il sistema di previdenza sociale. Adesso ci sono serissimi problemi per i cittadini del Paese sudamericano. Ciò non avrà però nessun effetto sulle forze armate cilene. Il leader dell’epoca, Augusto Pinochet, mantenne la previdenza sociale governativa per le forze militari.
Ciò può avvenire in un sistema di dittatura. In un sistema democratico la stessa cosa potrebbe anche succedere se i cittadini fossero completamente sedotti dalla retorica della destra.
Italia allo sbando e fanalino di coda....
Mentre il Presidente del Consiglio pensa al legittimo impedimento e a neutralizzare le intercettazioni telefoniche che svelano i reati della casta e continua la guerra senza quartiere, disperata e disperante, con Fini, in un clima da rissa istituzionale che investe anche il Capo dello Stato e lascia senza soluzioni la Nazione, alle prese con disoccupazione, impoverimento anche della classe media, chiusura di fabbriche o trasferimento all’estero, problema carceri, sicurezza e migranti, risolti solo a parole; diveniamo anche fanalino di coda, secondo l’ultimo rapporto Ocse, circa il Pil del secondo trimestre di quest’anno, che in media cresce del 2,8% nell’Eurozona e vede il Nostro Paese (che ha questo punto solo Dio può aiutare, come ha vaticinato sul letto di morte il Presidente Cossiga), con un poverissimo, annaspante 1,1. Commentando questo dato (prima che lo faccia il solito berlusconiano, annacquando e confondendo le cifre), il Sole 24 Ore ricorda che, tra il 2000 e il 2009 la produttività del lavoro in Italia ha avuto una dinamica complessivamente negativa: un decennio no davvero preoccupante e contro il quale, nonostante le promesse, l’attuale governo non fa nulla, addirittura lasciando vacante, da maggio, il dicastero dello sviluppo economico, assunto ad interim da uno che ha ben altri grilli, che risolvere i problemi quotidiani e di sopravvivenza di milioni di cittadini. Il decennio "no" per la performance produttiva dell'Italia si ricava dai numeri delle nuove serie storiche, riferite a diverse misure di produttività , presentate ieri dall'Istat: le rilevazioni partono dal 1980 (nello spazio di quasi vent'anni l'incremento medio della produttività del lavoro è stato dell'1,2 per cento ed è attribuibile a un incremento medio dell'1,4 per cento del valore aggiunto e a uno dello 0,2 per cento delle ore lavorate). Non è certo la prima volta che i numeri permettono di mettere a fuoco la malattia della bassa crescita e quella della bassa produttività dell'economia italiana ( compresi gli aspetti legati alla bassa produttività del lavoro, ma senza dimenticare quelli connessi alla total factor productivity, che è tutto ciò che è destinato ad accrescere il prodotto ma non è né lavoro né capitale: dunque, tutto ciò che è connesso al "contesto" produttivo). Ad esempio, la banca dati dell'Ocse dà conto di un confronto fra paesi industrializzati e per il periodo compreso fra il 2001 e il 2008 colloca l'Italia come fanalino di coda proprio per la "multifactor productivity". Naturalmente il solito peone berlusconiano (o tremontiano, ancora più insidiosa, dal momento che dietro si porta anche Bossi), potrebbe dire che il problema il governo lo ha ereditato e sta cercando, fra mille ostacoli della’opposizione, di risolverlo. Ma i dati (come nel caso già descritto ieri dei migranti), non ci dicono questo. Negli ultimi due anni, cioè in pieno Governo Berlusconi, la produttività totale dei fattori ha subito una forte riduzione (-3,4 per cento l'anno). Naturalmente, dirà il solito tecnico asservito e sodale, il problema non è di governo ma congiunturale. Anche questo non è del tutto vero: in occasione della relazione annuale, Mario Draghi ha infatti evidenziato che nei 10 anni precedenti la crisi, la produttività per ora lavorata è salita del 3% in Italia contro il 14% dell'area euro. Negli stessi anni l'economia è cresciuta del 15% contro il 25% dei paesi dell'eurozona. Mentre alcuni esponenti del Governo passano il loro tempo ad interpretare a loro piacimento la Costituzione e ad attaccare in modo irresponsabile il presidente della Repubblica, il nostro Paese e' fanalino di coda della crescita del prodotto interno lordo in Europa". Lo afferma Cesare Damiano, capogruppo del Pd in Commissione Lavoro alla Camera, nel commentare i dati del rapporto Ocse sul Pil reso noto oggi. "Una maggioranza litigiosa e che di fatto non esiste più, non appare in grado di poter dare lo slancio necessario per lo sviluppo del Paese - prosegue l'ex ministro - Questo e' tanto più preoccupante in quanto l'autunno riserverà amare sorprese per quanto riguarda l'occupazione. Ancora una volta - conclude Damiano - i problemi del Paese passano in secondo piano rispetto agli interessi di bottega del centrodestra". L'economia degli altri Paesi industrializzati marcia, quella italiana cammina come una lumaca con un governo che non ha una strategia per uscire più velocemente dal tunnel e la maggioranza cosa fa: pensa alle elezioni con la Lega o a strategia a difesa del premier nel Pdl. Sono dati quelli appena diramati dall’Ocse che dovrebbero far pensare, che dovrebbero far approntare un piano economico, se non altro per tentare di risalire la china. Anche perché tanti altri indicatori lasciano molto perplessi e preoccupano: calano i consumi, il reddito disponibile, il risparmio; il Pil cresce perché aumenta l'export e quindi la domanda esterna ma non quella interna. E il governo non trova di meglio sul fronte economico che varare i decreti attuativi del federalismo fiscale, col trasferimento di parte di Irpef e Iva alle Regioni, senza che nessuno finora abbia detto quanto tutta questa giostra costerà . Qualche giorno fa il presidente di Federfarma, Sergio Dompè, uomo non certo di sinistra, diceva che "le imprese italiane più competitive stanno perdendo interesse nei confronti del sistema associativo, perché non vedono azioni forti a sostegno della loro presenza sui mercati internazionali". Ed ancora definiva "grave" la mancanza di un ministro per lo Sviluppo Economico "tenuto conto che, in questo ultimo periodo, si è fatto ancora meno del poco che era stato compiuto in precedenza. Il mondo della produzione ha bisogno di un punto di riferimento, di un interlocutore che ascolti le loro esigenze. Anche perché il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che peraltro sta svolgendo molto bene il suo lavoro, non può essere considerato il solo responsabile della politica industriale. È necessaria una figura specifica". Tremonti, che ieri sera ha festeggiato il suo compleanno con l’amico Bossi e gli amici della Lega, ha fatto una manovra che grava in principal modo sui redditi medio - bassi, e ora, sempre più attratto dalla musa leghista, sembra solo interessato a far quadrare il cerchio del federalismo. Nel frattempo, il Paese è in affanno e, come dice il deputato del Pd Enrico Farinone "i dati Ocse sul Pil dimostrano che governo e maggioranza dovrebbero occuparsi di una situazione economica seria e preoccupante per le famiglie e le imprese italiane, non di minacciare elezioni anticipate incomprensibili ai più, unicamente oggetto di dibattito astruso fra i professionisti della politichetta, quella che non risolve i problemi bensì li crea per autogiustificarsi". E, pensate, la sinistra guarda a lui per un governo tecnico dopo la caduta di Berlusconi (tutta da verificare) e portare a casa, prima delle elezioni, due riforme: economica (sic) ed elettorale.
Francesco Cossiga è morto Il picconatore della repubblica italiana. ritratti e commenti
Roma. Il decesso è avvenuto alle 13,18 presso il reparto di terapia intensiva del Policlinico Gemelli di Roma dove era ricoverato dal 10 agosto per insufficienza respiratoria. Per giorni si è sperato che la forte fibra dell’uomo politico avesse ragione delle pur gravi condizioni di salute e che avevano costretto i medici, in questi giorni, a non sciogliere la prognosi. L’aggravamento è avvenuto durante la notte dopo che da qualche giorno le condizioni di mantenevano critiche ma stabili tanto che si era passati ad una graduale riduzione dei supporti farmacologici. Che la situazione stesse precipitando si è avvertita alla lettura del bollettino medico di questa mattina alle 12 da parte di Massimo Antonelli, primario del reparto di Rianimazione del Policlinico Agostino Gemelli di Roma. Emergeva con tutta evidenza che il quadro clinico del paziente era di estrema gravità .
Arcigay: Addio Cossiga, presidente di tutti
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