Dopo le accuse lanciate nei giorni scorsi a Carla Bruni, la stampa iraniana ha nuovamente alzato i toni della polemica contro la première dame, spiegando che, in base alla sua condotta “immorale”, "la prostituta italiana merita di morire”. L’aggressione verbale, censurata come "inaccettabile" dal ministero degli Esteri francese e dalla quale lo stesso governo di Teheran ha preso le distanze, sono partite come reazione al pronunciamento della Bruni contro la condannata a morte di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna accusata di adulterio ed uxoricidio e a favore della quale il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, ha inviato, il 27 scorso, una lettera in cui ha esortato l'Ue ad attuare dure sanzioni contro l'Iran. Il 24 agosto, Carla Bruni, in una lettera aperta a Sakineh, aveva garantito l'impegno di suo marito Nicolas a fianco di Bernard Kouchner, capo della diplomazia d'Oltralpe, già impegnato a fare pressioni sul regime degli ayatollah per salvare la vita della donna: "Dal fondo della vostra cella, sappiate che mio marito difenderà la vostra causa senza sosta e che la Francia non vi abbandonerà ", scriveva la Bruni. "Come si può tacere davanti alla notizia della sentenza che è stata pronunciata contro di voi? Spargere il vostro sangue, privare due bambini di una madre, ma perché? Perché avete vissuto, perché avete amato, perché siete una donna, un'iraniana? Con tutta me stessa mi rifiuto di accettarlo" Dopo aver completato (con tanto di incursione notturna del marito geloso) le riprese dell’ultimo film di Woody Allen e dopo aver prestato la sua immagine per i manifesti che tappezzano da qualche giorno Parigi in occasione della campagna pubblicitaria per la lotta contro l'Aids, una delle battaglie della sua Fondazione; la moglie del presidente più xenofobo d’Europa, è anche l’ interprete di un brano nella doppia compilation omaggio a David Bowie, in vendita dal 12 ottobre. Nella compilation canterà 'Absolute Beginners e tra gli altri cantanti protagonisti dell'iniziativa, il cui ricavato andrà in beneficenza all'associazione War Child International, ci sono Karen Ann e i Duran Duran. Sono inoltre in uscita, per metà settembre, due libri su di lei. Nel primo, 'Carla et les ambitieux' (Carla e gli ambiziosi, pubblicato da Editions du Moment di Yves Derai e Michael Damon) , la premiere dame parla a lungo della sua vita a fianco di Sarkò. Invece l’altro si annuncia più imbarazzante in quanto la giornalista Besma Lahouri, già autrice di un volume molto dettagliato sul calciatore Zinedine Zidane nel 2008, ha indagato per 18 mesi nel tempestoso passato della bella Carlà , con dettagli piccanti su giovinezza, amori, relazioni con i suoi medici, carriera di modella, ecc. Tornando alle minacce della stampa in Iran, il quotidiano ultraconservatore Kayhan, che già alcuni giorni fa aveva definito la Bruni "una prostituta", oltre a chiamarla nuovamente "prostituta italiana" e "immorale", aggiunge: "L'analisi del passato di Carla Bruni mostra chiaramente perché questa donna immorale abbia sostenuto una donna iraniana condannata a morte per adulterio e per avere partecipato all'omicidio del marito. E infatti lei stessa merita la morte". Dalla stessa fonte, poi, si apprende che Ashtiani, 43 anni e madre di due bambini, ha già ricevuto 99 frustate e che per ora la sentenza è sospesa, in attesa di una revisione del processo. Ma il regime di Teheran sembra poco disponibile a rivedere la sentenza: Mohammad Mostafei, l'avvocato di Sakineh, è dovuto fuggire in Norvegia, mentre tre suoi familiari sono stati arrestati. In un'intervista diffusa da Amnesty International, Mostafei racconta che la situazione è peggiorata da quando Larijani è ministro della Giustizia. Il suo lavoro legale "era solo umanitario, non politico", dice, raccontando della sua preoccupazione, ora che i clienti sono rimasti senza assistenza. "Ho seguito due-trecento casi. E quando uno finiva con la condanna a morte, non riuscivo a mangiare né a dormire". Da quando Mostafei ha fatto conoscere al mondo la vicenda di Sakineh, si sono moltiplicati gli appelli e le richieste anche ufficiali al governo di Teheran perché la donna non venga uccisa. L'ultima iniziativa, che si può firmare su Repubblica. it, è una lettera di intellettuali francesi che chiedono a Teheran di "mettere fine a questo genere di metodi come a questo castigo iniquo e barbaro", invocando anche "il rispetto della dignità e della libertà di tutte le iraniane oppresse o minacciate". Fra i firmatari, il sociologo Edgar Morin, gli storici Elisabeth Roudinesco e Max Gallo, lo scrittore Marek Halter, i filosofi Daniel Schiffer e Michel Serres.A seguito della mobilitazione internazionale delle ultime settimane contro la sua esecuzione della, l'Ambasciata iraniana a Londra ha rilasciato una dichiarazione l'8 luglio 2010, affermando che la condanna di Sakineh Mohammadi Ashtiani non sarebbe stata eseguita tramite lapidazione. Tuttavia, la sua posizione legale non è chiara, dal momento che il suo avvocato non ha ricevuto alcuna comunicazione ufficiale sulla commutazione della sua condanna a morte. Durante il processo, Sakineh Mohammadi Ashtiani ha ritrattato una "confessione" rilasciata sotto minaccia durante l'interrogatorio e ha negato l'accusa di adulterio. Due dei cinque giudici hanno ritenuto la donna non colpevole, facendo presente che era già stata sottoposta a fustigazione e aggiungendo di non aver trovato le necessarie prove di adulterio a suo carico. L’appello del 26 agosto su Repubblica.it in favore della liberazione di Sakineh ha già raccolto oltre 60.000 firme. Appelli contro la sentenza sono stati promossi in Francia da vari intellettuali (come i filosofi Daniel Salvatore Schiffer e Bernard-Henri Levy) e firmati da illustri personaggi come gli ex presidenti Valery Giscard d'Estaing e Chirac, l’attrice Isabelle Adjani e, naturalmente, Carlà .
WORLD
Non c’è pace per Carlà e Sakineh
cultura: La Turchia e l’Europa
E’ un banco di prova per l’Europa quello di marciare sulla strada della storia allorché si arriverà all’ingresso della Turchia nell’Unione europea. Questo perché l’ingresso dei turchi introduce il delicato problema di una identità anche islamica dell’Europa che già oggi conta più di 22 milioni di musulmani. E’ un ingresso di non poco conto né può essere considerato alla stessa stregua degli attuali paesi. E’ un fatto storico considerata la conformazione culturale e religiosa del Paese già ora il più europeo e comunque il più occidentale del Medio Oriente. Questa sua caratterizzazione storica risale fin dal XVI secolo allorché la Turchia fu coinvolta a più riprese nei conflitti intereuropei e occasionalmente alleata di questa o quella potenza europea. Oggi la sua posizione geo-politica le consente il controllo degli stretti e tra Mediterraneo e Mar nero e fino a qualche anno fa fu il Paese di frontiera con l’Unione Sovietica e la sua sfera di influenza politico-militare che giustificò l’ingresso della Turchia nello schema di difesa occidentale aderendo alla Nato. E dopo i fatti iracheni la Turchia ha aumentato il valore della sua presenza in uno scacchiere che resterà caldo per molto tempo. A questa scelta contribuì oggettivamente la presenza nel Paese del regime laico e filo-occidentale nato dalla rivoluzione kemalista e la dominante presenza di un sistema istituzionale a controllo militare e di un esercito di riconosciuta efficienza, che offrivano forti garanzie di stabilità politica. Tutta l’interminabile e defatigante trafila riservata alla domanda di adesione turca, presentata nel lontano 1987, si spiega con un singolare concorso di circostanze. In un primo tempo gli sviluppi della politica internazionale degli occidentali cederono il passo ai paesi dell’Europa orientale penalizzando, di conseguenza, le attese turche. In seguito si pensò ad un rafforzamento politico dell’Europa integrata attraverso l’ulteriore sviluppo delle istituzioni comuni. Nello stesso periodo la Turchia fu coinvolta nello sviluppo delle migrazioni interne e dall’urbanizzazione che la condussero all’emergere di formazioni politiche islamiste ed ultranazionaliste. Ne derivarono ripetuti interventi politici del sistema militare a difesa del laicismo kemalista e, indirettamente, anche il riacutizzarsi delle tensioni interetniche esplose nella guerriglia curda. Questa evidente discrasia ha in definitiva rafforzato negli europei il sentimento della diversità e alterità turca.
terzarepubblica.it
Usa: fra stimolo all’economia e posti di lavoro
“È una ricompensa per i sindacati”. Ecco come Judd Gregg, senatore repubblicano dello Stato del New Hampshire ha caratterizzato il nuovo disegno di legge approvato dal Senato e dalla Camera che salverebbe il posto di lavoro a 160.000 insegnanti, vigili del fuoco e agenti di polizia. Oltre a ciò il disegno di legge stanzierebbe sedici miliardi di dollari per supportare Medicaid, il sistema federale di sanità per i più poveri.
Il costo totale di questo stimolo, parte due quando si considera l’altro approvato all’inizio dell’anno, sarebbe di ventisei miliardi di dollari. Questi soldi saranno destinati a sostenere i bilanci statali che sono tutti in serie difficoltà . Nel caso della California si tratta di un deficit di diciannove miliardi. La nuova legge aiuterebbe anche se non coprirebbe totalmente il buco al bilancio.
Come era da prevedere la nuova legge è stata approvata dal Senato con cinquantanove voti democratici e due repubblicani. La stessa storia alla Camera dove la stragrande maggioranza dei voti sono stati forniti dai democratici.
L’opposizione repubblicana è stata quasi compatta e dovuta alla preoccupazione per il deficit. Se gli Stati hanno problemi col bilancio, il governo federale non si trova certo in una situazione migliore. C’è ovviamente la differenza che il governo federale può permettersi il lusso di vivere con i deficit mentre gli Stati devono approvare un bilancio annuale senza deficit.
I promotori della nuova legge hanno anche chiarito che i fondi per il mini stimolo non aggiungeranno al deficit. La loro fonte si baserà su dei limiti ad alcuni provvedimenti fiscali alle aziende che operano all’estero.
Nonostante l’opposizione della stragrande maggioranza dei senatori repubblicani non pochi governatori del Gop hanno applaudito la nuova misura. Il governatore della California Arnold Schwarzenegger è uno di questi. Il Golden State riceverà 1,2 miliardi di dollari che salveranno 13.000 posti di lavoro.
Per le scuole americane che apriranno le porte per il nuovo anno accademico verso la terza o quarta settimana di agosto si tratta di buone notizie. Non ce ne sono molte di questi giorni.
I fondi per le scuole vengono principalmente da fonti locali e statali dove aumentare le tasse è quasi impossibile. In alcuni Stati l’aumento delle tasse richiede non una semplice maggioranza ma il due terzi dei voti favorevoli. In effetti, la minoranza riesce spesso a limitare le spese.
La retorica antitasse degli ultimi trent’anni ha creato una cultura miope che non riconosce il bene comune. Svuotare le tasse del governo statale o federale si traduce in una mancanza di servizi eccetto per coloro che possono permettersi il lusso di pagarli da se.
La campagna di disinformazione della destra sulle tasse come nient’altro che sprechi ha funzionato a tal modo da intimidire i politici di sinistra e creare una destra che deve adorare all’altare di niente tasse in nessuna maniera. Le tasse vanno dunque sempre ridotte secondo i repubblicani. Se si riducono le tasse ai ricchi si ottiene anche uno stimolo all’economia, secondo il mito della destra. I ricchi che pagano meno tasse spenderanno questi soldi per creare posti di lavoro.
In realtà cìo non avviene come afferma Paul Krugman, vincitore del premio Nobel per l’economia l’anno scorso. Salvando i posti di lavoro di un maestro, un poliziotto o un vigile del fuoco invece, secondo Krugman, aiuta di più perché questi spenderanno quasi tutti i soldi per potere vivere. Queste spese entreranno nell’economia e serviranno da stimolo ed eventualmente creeranno altri posti di lavoro.
“Questo non è altro che un salvataggio” ha dichiarato il parlamentare repubblicano dell’Indiana Steve Buyer cercando di convincere i suoi colleghi a votare contro lo stimolo. Buyer ha continuato dicendo che lui spera che gli americani ricorderanno il voto nelle elezioni di midterm a novembre.
Ha ragione. Se i democratici sono politicamente astuti potranno fare una campagna dicendo che i repubblicani hanno votato contro i poliziotti ed i vigili del fuoco. Sarà interessante vedere quanti americani sceglieranno di sostenere i poliziotti o il Partito Repubblicano che da quando è stato eletto Obama non fa altro che dire di no a tutto.
In fin di vita Francesco Cossiga: il finto matto delle contraddizioni- il percorso storico
Dotato di capacità di osservazione acuta e “cristiana modestia” (ma presa dai gesuiti o dagli scolopi, non certo dai francescani), incline alla battuta ironica e pronto a favorire scuse pubbliche, Cossiga spesso è stato tacciato di follia; una personalità complessa suscettibile di amori e dissapori. “Ma io non sono matto. Io faccio il matto. È diverso… […] io sono il finto matto che dice le cose come stanno”, ha detto nel 2007 in una intervista al Il Foglio. Gli stati depressivi non sono un'invenzione dell'età moderna. Esistono da sempre. Come dimostrano numerose testimonianze, la depressione e la sua variante più attenuata, la malinconia, sono state descritte da artisti e letterati dei secoli passati. Fino a oggi, tuttavia, si è indagato pochissimo sui fattori scatenanti, i motivi e le cure della depressione. Senza dubbio ciò è in parte da ricollegare alla dinamica stessa di questo stato d'animo, perché diversamente dal soggetto aggressivo, che scarica la frustrazione all'esterno, il depresso la tiene tutta per sé. Si ritrae al proprio interno, si nasconde, non vuole avere nulla a che fare con il resto del mondo e, di conseguenza, riceve anche molta meno attenzione. Quello che il depresso considera il significato, lo scopo della sua vita, va perduto, o comunque non si realizza. E non è un caso che Cossiga abbia a lungo sofferto e a più riprese, di depressione. Oggi l'ex presidente della Repubblica e Senatore a vita , Francesco Cossiga, 85 anni lo scorso 26 luglio, è stato ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma per problemi respiratori, che si sarebbero aggravati nel corso della giornata, tanto che, sembra, in serata gli sarebbe stato somministrato il sacramento dell'unzione degli infermi, altrimenti noto come estrema unzione. Il reparto di rianimazione è blindato, è vietato l'accesso a giornalisti e telecamere e poliziotti in borghese sorvegliano la zona. La famiglia ha chiesto di mantenere il più stretto riserbo. Durante il settennato della sua presidenza della Repubblica, prima con le sue rivelazioni sul caso Gladio, poi sulla P2, poi con le “picconate” alla degenerazione partitocratica di ogni colore, è stato considerato da molti “un matto da legare” e da tanti altri un uomo pericoloso e da temere. Ma il suo nome resta soprattutto legato al caso Moro. Nel marzo-maggio 1978, ricoprì l’incarico, cruciale e decisivo, di ministro dell’Interno nel governo Andreotti e, per cinquantacinque giorni, diresse le indagini sul rapimento di Aldo Moro nell’agguato di via Fani da parte delle Brigate Rosse e non ha mai raccontato interamente le verità di cui è a conoscenza. Nel 2002 intervenne sul più diffuso quotidiano del nostro Paese, Il Corriere della Sera, per smentire la testimonianza dell’on. Giovanni Galloni, che un mese prima, durante la presentazione del libro di Giuseppe De Lutiis sulla vicenda, aveva riaffermato la sua convinzione della presenza della Cia nell’affare complesso legato al rapimento e all’assassinio successivo dello statista cattolico. In quella versione Cossiga chiama in causa il supposto silenzio del Pci, poiché: “non i vertici del partito, non Berlinguer e Pecchioli ma i capi sindacali nelle fabbriche conoscevano la verità e tacquero”. Secondo l’ex presidente, che chiama in causa l’ex brigatista Gallinari, “i comunisti e più ancora il Kgb hanno alimentato la leggenda nera della P2; ma i piduisti che facevano parte del comitato di crisi del Viminale erano tutti protetti di Moro. Ed erano filoamericani. Del resto l’unico suggerimento che mi venne dagli americani fu di aprire la trattativa con le Br per farle venire allo scoperto”. Con simili affermazioni, Cossiga ha allontanato da sé i sospetti che ancora gravano, dal punto di vista storico, sul suo ruolo di ministro dell’Interno durante quei drammatici giorni, giacché assolve otto su dieci membri del Comitato di crisi del Viminale legati alla P2 in quanto “protetti di Moro”, anche se cade in una patente ed ulteriore contraddizione, perché sostiene che erano tutti filoamericani ma dimentica che Moro era, in quel momento, in grave contrasto con il Dipartimento di Stato americano per la politica di compromesso storico con il Pci. Ma, forse, per comprendere l’enigmatico, contraddittorio, contorto Cossiga, bisogno rileggere la sua lunga postfazione al volume "Il torto e il diritto . quasi un' antologia personale", a cura di Pasquale Chessa, edito da Mondadori nel lontano 1993. Scrive l’ex Presidente: “non trovavo contrasti nell' auspicare e nell' operare per il definitivo ingresso del Partito comunista (a me piace tuttora chiamarlo cosi' , non trovando nella storia dell' Italia nulla di indegno in questo nome, perche' debba essere cancellato) nel circuito vivo del governo del Paese, a ogni livello e in ogni forma, e nel ritenere ormai storicamente realistica l' accettazione nella vita democratica del partito della continuita' non "del" ma "dal" fascismo". Ed è evidente che tutto questo stride con l’anticomunismo radicale e radicato che ha da sempre contraddistinto ogni sua azione. Cossiga, anche in quel caso, vorrebbe farci credere che il suo scopo era di realizzare la "democrazia compiuta", cioe' la perfetta alternanza di governo fra maggioranza e opposizione; senza tener conto che la storia ce lo ha consegnato, nei fatti, come il presidente della Repubblica piu' odiato dalla sinistra, il presidente di Gladio accusato di golpismo se non di stragismo (anche se nessuno, salvo Pannella, ha poi raccolto le firme per metterlo in stato d' accusa) e non già , come scrive, estimatore di Occhetto al punto da essere pronto ad affidargli addirittura l' incarico di formare il governo. Insomma già da allora, più di tre lustri or sono, Cossiga costruisce il suo bel falso monumento alla memoria e vuole farsi ricordare come un innovatore a cui solo le circostanze e le asprezze del contrasto politico hanno impedito di essere il de Gaulle italiano, o almeno il "traghettatore" , come si direbbe oggi , dalla prima alla seconda Repubblica. Il suo predecessore Sandro Pertini, secondo lui, era un conservatore sul piano istituzionale, legato al mito fondante della Repubblica. Mentre lui, capace di cimentarsi coi tempi e sul terreno della prassi, fu un riformatore: tanto che gli incarichi a Spadolini e a Bettino Craxi furono opera sua. E le contraddizioni fra fatti e detti, azioni e parole, sono continuate anche dopo. Nel 2005 dichiarò: “dal 1° gennaio 2006 non mi occuperò più di politica militante, né con attività , né con parole, né con scritti. Non mi occuperò di politica, salvo lo impongano imprescindibili motivi di coscienza etica […]”; continuando “nella vita vi è un tempo per operare ed un tempo per meditare e prepararsi a morire nella pace del Signore ed in amicizia con Lui”. Ma si sa, non sempre i buoni propositi corrispondono ad altrettante azioni. Dopo quell’annuncio, Cossiga ha continuato comunque a parlare e a scrivere di attualità politica intervenendo a tavole rotonde, a dibattiti televisivi e radiofonici concedendo, altresì, interviste sui temi banditi. Nel 2009, in un altro libro molto interessante da titolo chilometrico e colto (Mi chiamo Cassandra. Arguzie, giudizi e vaticini di un profeta incompreso,) a cura di Anna Maria Cossiga, edito da Rubbettino, Cossiga scrive della sua sardità un concetto non facilmente intuibile per chi sardo non è. Riferendo peculiarità tipiche della sua terra, il presidente tratteggia i riti superstiziosi e le fantasie di un popolo incline alle profezie e alle credenze folcloristiche. Ricorda l’incanto dell’autonomia del vecchio Ducato di Savoia, caduto a favore del nuovo Regno di Sardegna, e la stranezza dei sardi nel votare unilateralmente a sostegno della realtà che veniva configurandosi. Una terra dove «non si dice “rubare il bestiame”, ma “truvare sa roba”, cioè far camminare la roba” e dove la vendetta è azione alla quale un uomo d’onore non può sottrarsi. In questo capitolo Cossiga racconta le sue origini miste, tra borghesia e piccola nobiltà , la fanciullezza e i miti infantili appartenuti alla famiglia democratica, antifascista, repubblicana e autonomista sarda. Non perde occasione, l’autore, per puntualizzare la sua educazione in parrocchia-oratorio, diversamente da Romano Prodi, in parrocchia anch’egli, ma in “odore di sagrestia!”. Nel secondo capitolo, Alias, vengono riproposti gli alter ego di Cossiga, nomi con i quali firma articoli e interviste e che diventano emblematici della contraddizione del suo pensiero. Uno di questi è Franco Mauri, ispirato al nome completo, Francesco Maurizio, e con il quale su Libero del 2003 dichiara il suo mito politico, Palmiro Togliatti. Fa sorridere altresì la vignetta di Forattini riportata in copertina: un Cossiga vestito da magistrato al banco degli imputati che proclama: “Sono per il no, ma per non interferire, voterò sì”. E’ proprio vero, Cossiga della contraddizione ha fatto una bandiera ed è per questo che è un politico interessante, pieno di angolo bui, un angiporto labirintico più intricato della stesso compagno di partito Giulio Andreotti. Ancora su Il Foglio, nel 2003, da una definizione secca e netta anche su alcuni politici di oggi. Di Prodi dice: “è la persona che capisce meno di politica, ma è uno dei più furbi che conosco… dice le bugie meglio di Berlusconi”; mentre del Cavaliere e del suo partito afferma: “Forza Italia è l’unico caso di un partito fondato non sulla base di una scelta culturale e direi quasi filosofica, ma per emancipazione di un’unica personalità ” e continua: “Berlusconi è una novità assoluta, unico caso di leader che ha creato un partito ex novo e dunque nemmeno concepibile senza di lui”. Infine, il 22 giugno dello scorso anno, Cossaga, dal Corriere, scrive una lunga lettera di amicali rimproveri al Cavaliere raccomandandogli: “basta rotolarsi nella melma”. In quel momento in cui il Cavaliere si trovava in un brutto impiccio per motivi “sentimentali” e anche” per motivi, diciamo così, mercantili”, Cossiga dice al premier che lui è “vittima dell'odio dei tuoi avversari ma anche delle tue imprudenze e ingenuità ” e gli scrive di non credere “sia vittima di un complotto”. “Lascia stare i complotti - prosegue il presidente emerito della Repubblica – e respingi anche l`odio che è un cattivo consigliere anche per chi ne è oggetto”. Lo invita a vendere Villa La Certosa, “o meglio regalala allo Stato o alla Regione Sarda: è indifendibile e "penetrabilissima". Lascia anche Palazzo Grazioli, che ha ormai una fama equivoca e trasferisciti per il lavoro e per abitarvi a Palazzo Chigi”. Non chiedere scusa a nessuno, scrive Cossiga, salvo che ai tuoi figli, quelli almeno che hai in comune con Veronica. “Non mi consta che gli altri due grandi sciupa femmine come Kennedy e Clinton abbiano mai chiesto scusa al loro popolo”. Chiede poi a Berlusconi di far la pace con Murdoch (“tra ricchi ci si mette sempre d`accordo”) e di cercare un armistizio con l`Anm (“porta alle lunghe la legge sulle intercettazioni e quella sulle modifiche del Codice di Procedura Penale e dai ai magistrati un consistente aumento di stipendio”). Altrimenti se il premier avesse voluto fare la guerra avrebbe dovuto tenere al Senato un duro discorso sfidando l`opposizione, “fa presentare una mozione di approvazione delle tue dichiarazioni, poni la fiducia su di essa e, come ai gloriosi tempi della Dc con il Governo Fanfani, fatti votare contro dai tuoi, impedendo con i voti la formazione di un altro governo, porta così il Paese a inevitabili nuove elezioni”. Beh, in parte, Berlusconi e la storia hanno dato ragione ai suoi consigli ed alle sue previsione da Pizia invasata. In mezzo ad un mare di contraddizioni Cossiga resta un uomo ed un politico fra i più importanti della prima e della fase iniziale della seconda Repubblica, un uomo che è passato attraverso varie vicende drammatiche e a cercato di riscattarsene, ma credendo, erroneamente, di poter tornare ogni volta quello di prima. Invece (e noi aquilani lo stiamo imparando), dopo grandi tragedie o grandi lutti, non si torna mai come prima e si resta, come dice Jodie Foster nel film di Nei Jordan “Nel buio dell’anima”, come cristallizzati e vuoti, dentro un altro noi, completamente diverso da come eravamo o speravamo di essere. Insomma una vicenda umana intricata e complessa quella di Cossiga, una vicenda molto difficile da decifrare e, soprattutto, da scusare e digerire.
Marcinelle: tragedia del lavoro italiano:l’emblema del lavoro degli italiani nel mondo
8 agosto 1956 è stato il giorno del sacrificio di 136 italiani morti in conseguenza di un duro lavoro di miniera. Sono coloro che sono stati costretti a cercare lavoro in terra straniera, assoggettandosi a pesantissime ed assurde condizioni di lavoro. Rappresentano uno spaccato dell’Italia del dopoguerra fatta di miseria e difficoltà di ogni genere che, proprio grazie al sacrificio di tanti nostri connazionali emigrati in tutte le parti del mondo, è potuta risorgere economicamente e diventare una delle maggiori potenze industriali del mondo. “La tragedia di Marcinelle fa tornare alla memoria lo sfruttamento, le umiliazioni, le vessazioni di cui tanti nostri emigrati sono stati vittime ed il loro sacrificio – ha dichiarato il segretario del partito pensionati – deve essere considerato l’emblema del lavoro italiano nel mondo”.
A Bruxelle si celebrerà domani otto agosto nella cittadina belga di Marcinelle, il 54° anniversario della tragedia mineraria in cui morirono 262 lavoratori di cui 136 di nazionalità italiana. All’evento prenderà parte anche Aldo Di Biagio, deputato del Gruppo Futuro e Libertà per l’Italia. “La commemorazione della tragedia di Marcinelle – spiega Di Biagio – è diventata da qualche anno un momento di sincera riflessione su quelle che sono state le difficoltà della nostra storia. E di questa evoluzione dobbiamo ringraziare Mirko Tremaglia, colui che ha reso possibile l’istituzionalizzazione di questa giornata commemorativa e che ha contribuito in maniera valida e sentita a creare una coscienza dell’italianità oltre confine nel nostro Paese”. “Oggi Marcinelle è un simbolo”. Continua Di Biagio. “L’espressione del coraggio e della forza di centinaia di italiani fuggiti dalle loro terre per cercare fortuna e realizzare un sogno o per trovare condizioni di vita migliori. In un momento certamente non facile della storia del nostro Paese. E a loro che deve rivolgersi l’attenzione del Paese intero affinché venga dato un’adeguata e condivisa commemorazione dei giovani italiani scomparsi in condizioni atroci.
Affinché il ricordo del sacrificio non si sbiadisca mai e la memoria di questa tragedia rimanga viva e lampante nella società italiana”. “La tragedia di Marcinelle – spiega – ci porta a riflettere sulle condizioni in cui sono costretti a vivere molti lavoratori. Le umiliazioni ed i sacrifici che i nostri connazionali hanno dovuto sopportare sono un’eredità che non può essere abbandonata in un angolo della nostra storia. E da questa eredità che bisogna partire anche per cogliere il valore della nostra emigrazione e – allo stesso tempo – per comprendere l’essenza della nuova migrazione”. “Un’eredità – conclude – che è e deve essere prima di tutto europea. Senza alcuna demagogia, ma con la dovuta volontà e capacità analitica con la quale poter affrontare una società in evoluzione. Una premessa di emancipazione sociale dinanzi alla quale non dobbiamo e non possiamo rimanere indifferenti”
foto:bbs.keyhole.com
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