Il Posto Delle Idee

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Ci avevano detto che c’era posto per le idee. Idee nuove, giovani, aria fresca, tersa, progetti su cui investire. All’alba delle Grandi Opere, però, rischiare anche una semplice vetrinetta può ridurre sul lastrico. È risaputo che, per mantenere la democrazia, qualsiasi governo non deve controllare la possibilità di comunicare e avere informazioni da parte dei cittadini. I colossi, invece, sguazzano sempre nello stesso stagno. Fioriscono battute e motti di spirito, ma quelli fanno ormai parte della leggenda, e a nessuno importa davvero se per coprire duecento chilometri in treno, fra cambi o ritardi, sviste o rotture, ci vogliono sei ore. Da Roma a Milano è un batter di ciglia, perché gli spot e i passeggeri che contano salgono e scendono lì, e in prima pagina finisce la TAV, non certo il trenino per Edolo, la linea per Busalla, la Brescia-Piadena, l’inverosimile Sicilia rotabile, il disservizio ordinario sulle arterie minori. Mancano i fondi per restituire dignità e personale ai trasporti? Si rinunci al privilegio dei record e si usi l’enormità risparmiata per aggiustare ciò che non va. Esempio da applicare (garanzia di successo), da ripetere e da diffondere. Il passo più difficile da compiere è proprio quest’ultimo, poiché chi ha i mezzi per realizzarlo non ha convenienza a “scucire la borsa”. La vera tecnologia è quella che permette di non muoversi, piuttosto che di muoversi più velocemente, prendendosi cura di volta in volta di chi le giustifica l’esistenza. Insomma, prima di godere di un Meccano collettivo, bisogna aggiustare i propri conti, senza alimentare ossessioni senza frontiere. È improduttivo costruire l’automobile, la nave o l’aereo più chic al mondo, se per farli funzionare serve mettere in cassa integrazione centinaia di lavoratori, o rivedere la mobilità globale di chi deve arrivare agli scali, parcheggiare o scattare ai semafori e raggiungere i cento orari in due secondi. A questa stregua, siano benedette le multe selvagge, la fuga di cervelli e quella dei capitali, anche se ci avevano detto che c’era posto per le idee. Fossimo più rigidi, avremmo grande stabilità. Troppa. È nel caos che si mantiene il controllo dei centri di potere, seppure a costo di qualche sacrificio. Le scoperte, le invenzioni, la ricerca, la letteratura, le conquiste e l’equilibrio interiore: ci insegneranno a trovarle nei concorsi all’estero, tra un master e una vacanza-studio. Abbiamo tutto, ma sviluppiamo psicosi e sindromi di burnout, barriere linguistiche ed etnoculturali, stalking e orrori di casa nostra. Non di solo pane vive l’uomo; una fetta fondamentale spetta alla fantasia, una dote spesso frustrata, svalutata o derisa. Abbiamo un tesoro di arte, di tecnica, cultura e umanità in casa, è insulso gonfiare il petto prima di aver riconquistato i meriti: leviamo le vesti da rodomonti e attrezziamoci per dargli valore. Avanti, dunque, istituzioni e governativi; da Montecitorio all’ultimo dei comuni, c’è un sacco di posto.