Filoteo Alberini: il genio italiano dimenticato che (forse) inventò il cinema prima dei Lumière
Londra (P.B.O) Nel pantheon dei grandi inventori, i fratelli Lumière occupano un posto d’onore per aver dato al mondo la nascita ufficiale del cinema nel 1895. Ma c’è una figura, tutta italiana, che potrebbe riscrivere quella storia. Il suo nome è Filoteo Alberini, un uomo visionario, tecnico, artista e imprenditore. Per molti, è il vero padre del cinema, ma il suo nome è oggi quasi scomparso dalla memoria collettiva.
Chi era Filoteo Alberini?
Nato a Orte (Viterbo) il 14 marzo 1867, Filoteo Alberini era un uomo del suo tempo: curioso, eclettico, attratto dalla meccanica e dalle nuove tecnologie. Dopo aver lavorato come impiegato al Ministero della Guerra e successivamente all’Istituto Geografico Militare, sviluppò una passione per le immagini in movimento, probabilmente stimolata dal contesto di fervore tecnico-scientifico dell’epoca.
La sua intuizione geniale arrivò nel 1894, quando progettò un dispositivo chiamato “cinematografo a doppia lente”, che poteva registrare e proiettare immagini in movimento. Nel settembre del 1894, Alberini presentò domanda di brevetto al Ministero dell’Industria e del Commercio, ma la burocrazia rallentò tutto: il brevetto venne ufficialmente concesso solo nel dicembre 1895, un mese dopo la celebre proiezione pubblica dei Lumière a Parigi.
“La presa di Roma” e l’inizio del cinema italiano
Nel 1905, Alberini firmò quello che viene considerato il primo film italiano: La presa di Roma, un cortometraggio che ricostruiva l’entrata dei bersaglieri nella capitale nel 1870. Non solo fu tra i primi a pensare al cinema come narrazione storica e patriottica, ma capì anche il potenziale spettacolare della settima arte. Per questo aprì, insieme a Dante Santoni, la prima casa di produzione italiana, la Alberini & Santoni, che più tardi avrebbe dato vita a Cines, una delle grandi realtà della cinematografia nazionale.
Perché lo abbiamo dimenticato?
Il destino di Filoteo Alberini fu beffardo. La lentezza della burocrazia italiana gli fece perdere il primato dell’invenzione cinematografica. I Lumière avevano a disposizione una rete di contatti internazionali e un apparato industriale che permise loro di imporsi sulla scena mondiale. Alberini, invece, restò confinato in un contesto nazionale che non seppe valorizzarlo. Inoltre, il cinema italiano, a differenza di quello francese e americano, non ha sempre custodito con orgoglio i propri pionieri.
La memoria storica, come il pubblico, ha bisogno di narrazioni forti e riconoscibili. I Lumière, Edison, Méliès: tutti nomi che si sono intrecciati con un racconto collettivo. Alberini no. Eppure, senza di lui, non avremmo avuto una tradizione cinematografica italiana così ricca e antica. Fu lui a portare per primo una macchina da presa nel nostro Paese, a credere nel potenziale del cinema come arte e come industria.
Un’eredità da riscoprire
Filoteo Alberini morì a Roma nel 1937, nel silenzio. Ma la sua opera è ancora lì, nelle fondamenta del cinema italiano. Il suo nome merita di essere riscoperto, studiato, onorato. Forse non vinse la corsa a essere “il primo”, ma fu uno dei primi a credere nel potere delle immagini in movimento per raccontare storie, emozionare, unire.
In un’epoca in cui il cinema è ovunque, ricordare chi lo ha immaginato prima degli altri è un dovere culturale. Filoteo Alberini non è solo un nome da recuperare nei libri di storia: è un simbolo del genio italiano tradito dall’indifferenza del proprio tempo, ma destinato, prima o poi, a riemergere nella luce del proiettore.