Londra (P.B.O) Ci sono storie che galleggiano a fior d’acqua, come bottiglie lanciate nell’oceano del tempo. La tragedia dell’Arandora Star è una di queste: una nave passeggeri trasformata in prigione galleggiante, un transatlantico che portava speranza prima di portare disperazione, un capitolo di Storia che non si lascia dimenticare.
Un transatlantico dai colori sbagliati
L’Arandora Star, all’origine, era un elegante piroscafo da crociera, costruito nel 1927 dai cantieri Cammell Laird & Co. a Birkenhead, Inghilterra. Era nato come Arandora, orgoglio della Blue Star Line, destinato a trasportare passeggeri sulle rotte atlantiche, tra il vecchio continente e il nuovo mondo.
Poi arrivò la Seconda Guerra Mondiale e il suo destino fu riscritto con inchiostro amaro: verniciata di grigio, senza segni di Croce Rossa, l’Arandora Star venne requisito come nave da trasporto truppe e, nel giugno del 1940, trasformato in nave-prigione per internati civili.
Tra questi internati, centinaia di italiani residenti nel Regno Unito — commercianti, ristoratori, padri di famiglia — improvvisamente considerati “nemici” solo perché la loro madrepatria aveva dichiarato guerra. Una decisione spietata, figlia di un clima di sospetto, che strappò vite e speranze a uomini che spesso avevano lasciato l’Italia per costruire un futuro migliore proprio in Gran Bretagna.
Il 2 luglio 1940: l’alba che non arrivò
Il 2 luglio 1940, l’Arandora Star salpò da Liverpool, diretto verso i campi di internamento in Canada. A bordo c’erano circa 1.500 persone: internati italiani e tedeschi, prigionieri di guerra, e un equipaggio ignaro di quanto quel viaggio sarebbe diventato eterno.
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Alle prime luci dell’alba, a largo dell’Irlanda, un siluro del sommergibile tedesco U-47 colpì la nave. Bastarono pochi minuti perché la tragedia esplodesse: scialuppe insufficienti, panico, confusione. Le onde gelide dell’Atlantico accolsero più di 800 vite. Circa 470 italiani persero la vita tra corridoi allagati e urla soffocate. Alcuni corpi non tornarono mai: li custodisce ancora l’oceano, come reliquie.

Memoria scolpita nel vento
Si dice che le storie sommerse siano le più dure a morire. E così è stato per l’Arandora Star. Se per anni questa tragedia è rimasta tra parentesi nei libri di storia britannici, oggi la memoria riaffiora come un faro in tempesta.

In Gran Bretagna, targhe commemorative, lapidi, monumenti sono fioriti in chiese, cimiteri e piazze: da Cardiff a Glasgow, da Liverpool a Londra. Un mormorio di nomi, un sussurro di voci che invita a non dimenticare.
E se questi silenzi di pietra raccontano la tragedia, c’è anche una voce viva che la tiene accesa: quella di LondonONE Radio. Con i suoi radiodocumentari nella rubrica Passi Oltremanica, più volte ha riannodato i fili di questa storia salmastra, riportando a galla testimonianze, racconti familiari, ricordi di figli e nipoti. Perché la memoria, se non la si racconta, muore una seconda volta.
Un monito tra le onde
Oggi l’Arandora Star non è più soltanto un relitto dimenticato sul fondo del mare. È diventata un simbolo di quanto la guerra sappia travolgere innocenti. È un invito a restare vigili quando la paura spinge a disegnare confini tra “noi” e “loro”. È una storia di italiani, certo, ma anche di britannici che, col tempo, hanno scelto di ricordare e onorare.

E così, nelle pieghe del vento di Liverpool, tra le frequenze di LondonONE Radio, nei fiori lasciati davanti alle targhe di granito, la voce dell’Arandora Star continua a farsi sentire. È un battito, un’onda, un ricordo che non affonda.
















