Starmer tra Iraq e Iran: linea prudente nel solco dell’interesse britannico

«Impegnarsi in un conflitto armato in violazione del diritto internazionale è un affare rischioso». Così scriveva nel 2003 su The Guardian l’allora avvocato Keir Starmer, alla vigilia dell’ingresso britannico nella guerra in Iraq. Oggi, quasi un quarto di secolo dopo, il primo ministro si trova davanti a un nuovo dilemma: come posizionare il Regno Unito rispetto all’azione militare americana contro l’Iran.

In un discorso registrato e diffuso da Downing Street, Starmer ha voluto marcare una linea chiara: «Ricordiamo tutti gli errori dell’Iraq. E abbiamo imparato la lezione». Un riferimento non casuale, in un Paese dove il trauma dell’intervento del 2003 continua a pesare sull’opinione pubblica e sul Parlamento.

Il premier ha ribadito che il Regno Unito non parteciperà ad «azioni offensive» contro Teheran. Tuttavia, ha annunciato una novità significativa: Londra consentirà agli Stati Uniti di utilizzare basi congiunte anglo-americane per colpire siti missilistici iraniani, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità di Teheran di lanciare droni e missili nella regione del Golfo, dove risiedono centinaia di migliaia di cittadini britannici.

Una distinzione che sarà messa alla prova alla Camera dei Comuni. Da un lato, Verdi e Liberal Democratici temono che anche un coinvolgimento limitato possa trascinare il Regno Unito in un conflitto più ampio e contestano la qualificazione “difensiva” dei raid. Dall’altro, Conservatori e Reform UK chiedono un sostegno più deciso a Washington e a Israele, sostenendo che un indebolimento del regime iraniano sia nell’interesse occidentale.

Le divisioni attraversano anche il Partito Laburista, già segnato da tensioni sulla politica mediorientale dopo il 7 ottobre 2023. La recente vittoria dei Verdi in un’elezione suppletiva a Gorton e Denton ha mostrato quanto la politica estera possa incidere sugli equilibri interni.

Sul piano internazionale, Starmer si muove in coordinamento con i partner europei dell’E3, tra cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron. Ma anche due leader progressisti a lui vicini, come Mark Carney e Anthony Albanese, hanno espresso sostegno all’azione statunitense, restringendo gli spazi per una posizione troppo distante da Washington.

Intanto, sullo sfondo, restano le incognite concrete: oltre 300.000 cittadini britannici nel Golfo, il rischio di evacuazioni, l’impatto sui prezzi del petrolio e sull’inflazione, il dibattito sulla spesa per la difesa.

Per Starmer, la sfida è tenere insieme memoria storica e alleanze strategiche, opinione pubblica e sicurezza nazionale. Un equilibrio fragile, in una crisi che rende ogni scelta più complessa.