Londra- (P.B.O) Giles Coren e’ giornalista, critico gastronomico e opinionista britannico, noto soprattutto per uno stile provocatorio, sarcastico e deliberatamente irriverente – al The Times e al The Sunday Times.
E’ ritornato all’attenzione, sopratutto al pubblico italiano, dopo aver scritto un pezzo sul Times sulla cucina italiana diventata patrimonio Unesco, attaccando la nostra cucina, la filosofia che ci sta dietro, la tradizione e la storia culinaria italiana:
«Il riconoscimento assegnato questa settimana dall’Unesco alla cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità era prevedibile, servile, ottuso e irritante. Da quando scrivo di ristoranti combatto contro la presunta supremazia del cibo italiano. Perché è un mito, un miraggio, una bugia alimentata da inglesi dell’alta borghesia, mangiatori di fiori di loto con palati da bambini viziati, che all’inizio degli anni Novanta trasferirono le loro residenze estive in Toscana, dopo che il successo volgare di Un anno in Provenza di Peter Mayle aveva reso il sud della Francia “plebeo”». Proprio cosi scrive, anzi scrive molto altrodi piú, affondando le data nella tastiera come un coltello ben affilato dentro il pane.
Certo e’ noto al grande pubblico di settore, la sua ironia, i suoi attacchi, il suo sputare veleno contro tutto e tutti, lui la chiama satira, ma si sa che gli inglesi usano la satira come un ago pungente per dire le cose con un sorriso sarcastico, ma ad uso e consumo di dire fatti e cose vere o presunte.

Partiamo dal fatto caro, Giles Coren, che non la conosco, ma conoscono bene l’Italia, la sua storia e la sua cucina.
Se vogliamo parlare di Satira allora, partiamo con il dire un detto: ” Se l’invidia fosse febbre sarabbero pieni gli ospedali”, e in quello che scrive piú che un attacco, piú che satira, ci leggo un po’ di invidia pura.
Capisco e capiamo, bene che quando si tratta di cucina, gli inglesi, grande popolo di conquinsta e di affari, dovrebbero stare in silenzio, visto che per tradizione una vera e propria cucina non c’e’ l’hanno. C’e’ sempre stato un tentativo di “rubare” un po’ di cibo qui e la’ dai popoli concquistati, ma di per se l’inghilterra non ha una sua cucina o un suo gusto vero e proprio.
Se pensiamo al Fish and chips, che e’ pure buono, (in certi parti dell’UK) o il Sanday Roast, della domenica, possiamo ammettere, con certezza, che non si tratta di vera cucina, ma solo di piatti, buoni a seconda dei gusti, ma non di cucina, e se li mettiamo a paragone anche a un solo piatto italiano, semplice come la pasta al pomodoro, alla prima forchettata, l’Italia va subito in vantaggio, senza nemmeno dare tempi di recupero.
L’Unesco ci ha messo anni prima di riconoscere all’Italia, la sua meritata “medaglia d’oro” e non credo che sia stata solo un merito perche’ l’Italia e’ bella, o perche’ il cibo e’ sano e buono.
I Critici, o la commissione, dell’Unesco vanno oltre, ricercano la storia, la tradizione di un popolo e di una Nazione.
Lei afferma che e’ stato in italia, a mangiare, e sostiene che e’ andato nei ristoranti italianl, ma dice che ha trovato cibo scarso, persone maleducate, e che gli italiani odiano gli inglesi.
Ma e’ sicuro di essere stato in Italia?, E’ sicuro di essere andato nei posti giusti? O e’ andato prevenuto tanto per scrivere poi contro di noi, per confermare il suo stato di critico ” famoso del Times”, come se dovesse saziarsi piú di quello, che del cibo vero. Sul fatto che gli italiani odiano gli inglese, stendo un velo pietosono perche’ la falsita’ di questa cosa non trova verita’, e non voglio entrare in discorsi di guerre passate.
O molti dubbi che lei sia un critico, obbiettivo, libero da qualsiasi inquinamento, o volonta’ e sia veramente sopra le parti.
Vede Giles, parlare senza conoscere la nostra storia, la storia italiana, e parlare o criticare un piatto credo sia un errore molto grave. Prima dovrebbe capire cosa c’e’ nel piatto, perche’ li ci sono le nostre tradizioni di secoli e secoli, l’amore dei nostri nonni, e quello dei nostri avi. In quel pane caldo appena sfornato, o secco, inzuppato nel latte, o nella passata di pomodori freschi, c’e’ una madre, una nonna che passava ore e ore a fare quello. e lo ha arricchito di generazione in generazione.
Mangiare dei tortellini, o la ribollita senza capirne da dove vengono e come sono nate, e scrivere banalita’ tanto per attiare lettori, mi creda che non le fa fare una bella figura, degna di una grande giornalista come e’ lei.
Certo, lei puó rimanere fermo, conservantore, delle sue idee, come io delle mie, ci mancherebbe, come disse la scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall ” Non sono d’accordo con quello che dici, ma farò di tutto perché tu lo dica” ci mancherebbe, tutti possono dire tutto, ma c’e’ sempre un limite, oltre il quale, soprattuto gentiluomini, o giornalisti del suo calibro, non devono scivolare, o non dovrebbero andare, perche’ si danno la zappa sui piedi.
Mi creda, se voleva fare della satira non c’e’ riuscito, se voleva fare un po’ di written stand up comedy, non c’e’ riuscito, forse fare satira non e’ il suo mestiere, o per lo meno in questo caso non le e’ venuto bene. “Non tutte le ciambelle riescono con il buco”.
Dire poi che e’ stata uno, scherzo, un gioco satirico, e’ piuttosto comodo con il sennno di poi, cosa sono scuse satiriche?
No. La verita’ e’ che probabilmente il suo lavoro da giornalista lo pone ad un livello dove puo’ dire tutto e come vuole, libero di farlo, ma per cortesia, non offenda attraverso il cibo, una Nazione e le sue radici su cui si fonda.
E anche se fosse che in certi casi noi italiani, con la cucina, c’e’ la cantiamo un po’ troppo, faccia sempre conto che anche gli inglesi quando devono cantarsela un po’ se la tirano. Non c’e’ nulla di male, fa parte del gioco, del campalinismo di ogni singola nazione.
Ma non ricordo, ora, che nessun giornalista, bravo, a pari del suo livello, abbia attaccato la birra dicendo che non e’ all’altezza del vino italiano, o abbia confrontato il te’ con il caffe’ italiano. Non mi sembra.
Tra le altre cose anche il Te’ inglese, in realta’ non e’ inglese ma preso dai viaggi in cina sulla tratta delle indie, colonizzando il territorio, con una dubbiosa mossa di pace.
Capisco che gli inglesi sono abituati ad essere sempre i numeri uno, il calcio lo avete inventato voi, il treno, lo avete inventato voi, etc… per stavolta mi spiace arrivate secondi anzi sulla cucina direi proprio ultimi.
Ma non si faccia forza o troppo grosso con le parole taglienti o pungenti, denigrando la cucina italiana, sostenendo il non merito di aver avuto un riconoscimenti dall’Unesco, solo per invidia.
Pensava forse che l’Unesco premiasse la cucina Britannica? Spero di no, perche’ significherebbe veramente che la dovrei invitare a cena e fale mangiare quello che forse lei non ha mai mangiato, o forse assaggiato con molta poca attenzione magari confondendo gli aromi e gusti con altre cucine, il che non la biasimo visto che a Londra e in una citta’ dove ci sono tutte le cucine del mondo, e ci si puó confondere.
Voi inglesi siete bravi a fare molte cose, su questo non c’e’ dubbio, ma non prendiamoci in giro, se c’e’ una cosa che non sapete fare o faticate a farla e’ la cucina, fare un buon piatto, e se mi dovessi mettere a scrivere sulla qualita’ del cibo che si trova nei supermerati inglesi, allora si che dovrei veramente fare della Satira, ma diventerebbe un’ articolo, irriverente, comico, sarcastico, pungente, ironico, e non mi va proprio.
Dobbiamo accettare le sconfitte, le sentenze , dobbiamo arrenderci davanti ai nostri limiti anche siamo grandi e belle come la Gran Bretagna.
Capisco che provocare, ci pone sempre su di un piedistallo, scusarsi dopo, diventa un perno per riparlare di se, per quella ricerca di notorieta’, ma sa come dicevano i nostri nonni, i nostri avi, quei contadini che dai campi facevano, e in parte, fanno crescere ancora oggi i frutti che sono la basi della nostra cucina italiana nel mondo? No?: “quello che non si puó avere, e non si avra’ mai, si fa di tutto per denigralo”, per saziare una fame dentro di vuoto incolmabile, aggiungo io.
Naturalmente si sta facendo dell’ironia, anzi mi scusi del sarcascmo.

















