Le nude pudenda di Claretta Petacci

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Parlando dello scempio di piazzale Loreto (29 aprile 1945), Edgarda Ferri (L’alba che aspettavamo. Mondadori, 2005) ha scritto: “Il secondo corpo che sale è quello della Petacci (appendimento per i piedi alla putrella metallicca di un chiosco della Oil Standard). Ha le mani socchiuse, le unghie smaltate di rosa chiaro.

La camicia insanguinata ed infangata è slacciata fino alla metà del petto: un petto rigoglioso, giovane. Un petto bellissimo. Mentre stanno alzando il suo corpo, la gonna le scende fino alla vita, scoprendo il ventre nudo, morbido e largo, le cosce tornite, il reggicalze rosa, le calze di seta. Si leva un brusio misto a osceni sghignazzi: <Non ha le mutande>. Quasi sotto di lei, una donna si toglie di dosso una spilla da balia. E’ Piera Barale, la staffetta partigiana “Carla la bionda”. Piera allunga la spilla a don Franco Pellarolo (il vero nome è Giuseppe Pollarolo, ndr) che ai partigiani chiede una sosta, appena il tempo di rialzare la gonna intrisa di polvere e sangue e con la spilla fissarla tra le gambe della Petacci morta ammazzata”.

 

Com’è noto, l’autopsia sul cadavere di Claretta non è stata eseguita. Franco Bandini in proposito ha affermato (Vita e morte segreta di Mussolini. Mondadori, 1978): “Precauzione che si rese necessaria proprio perchè già esisteva il fatto pietoso ed imbarazzante della mancanza delle mutandine di Claretta: i milanesi si erano chiesti il perchè di un fatto così strano. Occorreva che altri fatti strani non emergessero”.

 

L’assenza di quell’indumento intimo sul corpo dell’amante del Duce è indubbiamente difficile da spiegare. Prima di morire Claretta era nella fase mestruale del ciclo femminile. Probabilmente lo stress, la fatica e la paura che aveva dovuto sopportare dopo il suo arresto avvenuto sulla piazza di Dongo (pomeriggio del 27 aprile 1945) ne erano stati la causa scatenante. Ecco quello che ha asserito Ezio Saini (La notte di Dongo. Casa Editrice Libraria Corso, 1950): “Claretta non si sentiva bene, riferisce Lia De Maria (la padrona del rustico di Bonzanigo dove il Duce e la Petacci erano tenuti prigionieri la notte tra il 27 ed il 28 aprile 1945, ndr) e indica dalla finestra la garitta nello spiazzo del cortile. A causa dei suoi disturbi, Claretta ci si fece accompagnare più volte nella notte da uno dei due partigiani di guardia (Lino e Sandrino) (Giuseppe Frangi e Guglielmo Cantoni, ndr). La buona volontà documentaria di Lia giunge a mostrare il rozzo catino in cui Claretta si lavò le parti intime prima di coricarsi”.

 Per gli agiografi fascisti l’assenza delle mutandine era dovuta ad un tentativo di violenza carnale che i partigiani avrebbero tentato di fare ai danni della Petacci. Volevano mortificare e sbeffeggiare il Duce prigioniero (R. Putignani. Processo alla storia. La verità sulla morte del Duce. Prime-Time Edizioni, 1999; R. Putignani. Caccia ai vinti. Iniziative Editoriali, 2004; R. Roggero. Oneri e Onori. Greco & Greco, 2006; Il mitra MAS del “Colonnello Valerio”. www.foonews.net. Reperibile per via telematica). Giorgio Pisanò ha fatto persino il nome di colui che sarebbe stato l’artefice di quell’atto vandalico: Martino Caserotti (capitano Roma) (D. Messina. Pisanò: il Duce ucciso da Longo. archiviostorico.corriere.it. Reperibile per via telematica). Insigni cattedratici di Medicina Legale hanno detto che non esistono indizi per poter affermare che Claretta è stata sottoposta a stupro (G. Pisanò. Gli ultimi cinque secondi di Mussolini. Il Saggiatore, 2004. P. L. Baima Bollone. Le ultime ore di Mussolini. Mondadori, 2005). Le fotografie scattate all’Obitorio milanese di via Ponzio mostrano che le calze ed il reggicalze della giovane donna erano perfettamente allacciati. Il che non avrebbe dovuto essere se Claretta fosse stata vittima, in precedenza, di un abuso sessuale. Il riscontro dell’assenza dell’indumento intimo al momento dell’impiccagione per i piedi non era dovuto ad atti imputabili alla ferocia della folla che si era assiepata a piazzale Loreto il 29 aprile di mattina. I partigiani dell’Oltrepò pavese che avevano caricato il cadavere della Petacci sul camion in partenza da Azzano avevano già notato questo particolare imbarazzante (F. Bernini. Così uccidemmo il Duce. C.D.L. Edizioni, 1998). Luciano Garibaldi lo ha così interpretato: “Qualcuno strappò le mutandine alla povera donna dopo morta, perché il ludibrio fosse completo” (La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci? Ares, 2002). A tal proposito un partigiano ha detto che un suo collega si è impossessato per feticismo delle mutandine della Petacci prima che la giovane donna venisse gettata sul pianale del camion che doveva trasportare i cadaveri del Duce, di Claretta e dei gerarchi fascisti, fucilati a Dongo, a piazzale Loreto (E. Cicchino, comunicazione personale). Del tutto paradossali sono del pari le affermazioni del cruscaiolo Sandrino (Guglielmo Cantoni), il quale ha sostenuto che, nella notte tra il 27 e il 28 aprile, sarebbe dovuto intervenire per interrompere effusioni amorose preagoniche (e relativo spogliarello) tra il sessantunenne Duce e l’amante Claretta (R. Putignani, opera citata). Assurdo è anche quello che avrebbe detto Walter Audisio (il colonnello Valerio) quando la Petacci si attardava perchè non riusciva a ritrovare le sue mutandine: “Tira via, non importa, tanto non sei stata mai completamente vestita” (M. Barozzi. Mussolini: La versione storica della morte. Effedieffe.com. reperibile per via telematica). Per rispetto dell’informazione, è opportuno riportare quanto affermato dal professor Umberto Maria Milizia, vicepresidente della Società di Cultura e Storia Militare (SCSM): “Come Lei ha potuto vedere, il sottoscritto ha pubblicato, prima che fossero diffuse in televisione, alcune foto sulla morte di Mussolini, deducendone che la Petacci aveva le mutandine prima di essere appesa per i piedi. Il Milizia ha poi aggiunto. “Le fotografie sono state pubblicate nel sito della SCSM, a mio nome, in un articolo dedicato a La Settimana, il giornale da cui sono state prese. Il giornale fu sequestrato, prima ancora che uscisse a Roma, dalla polizia e portato nei sotterranei del Ministero dell’Interno, da dove mio padre, allora giovane funzionario (finì la carriera come prefetto di prima classe) ne portò via una copia”.  Si tratta del numero del 6/5/1945, intitolato “L’insurrezione nel Nord”, contenente alcune foto d’epoca, già conosciute, relative alla morte di Mussolini. Sul sito della SCSM c’è scritto: “L’unico rilievo che facciamo (quello del Malizia) è relativo alla presenza, sul corpo della Petacci, di un paio di mutandine che attesterebbe come la gonna non fosse stata annodata tra le gambe della medesima, quando fu appesa, per evitare che si vedesse che era nuda, fatto che avrebbe implicato un probabile stupro. Notiamo che la gonna sciolta avrebbe impedito di vedere il volto, cosa indispensabile a chi voleva rendere certa la popolazione della morte di Mussolini e dei suoi per mettere definitivamente fine alla guerra civile; notiamo ancora che sarebbe stato facile mettere le mutande al corpo prima di esporlo come anche di ritoccare la fotografia non altrimenti pubblicabile, allora, se fosse stato visibile un pube” (www.arsmilitaris.org. Reperibile per via telematica). Un fatto è certo. Le mutandine sono scomparse. Se fossero rimaste in casa dei contadini De Maria, Lia non avrebbe mancato di riferire questo particolare piccante. Quella notte pioveva e faceva freddo. La Petacci per recarsi nella toilette esterna di casa De Maria ha indossato la pelliccia. Ha lavato e strizzato alla meglio le mutandine per poi riporle in una tasca della stessa. Poiché di lì a poco è stata fucilata, la lingerie è rimasta dove l’aveva riposta Claretta (A. Bertotto. La morte di Benito Mussolini. Una storia da riscrivere. PDC Editori, 2008). La pelliccia è stata successivamente regalata al partigiano Lino (G. Frangi), uno dei due carcerieri che avevano sorvegliato i prigionieri rinchiusi in casa De Maria a Bonzanigo (F. Bernini. Walter Audisio. Il giustiziere di Dongo. Gianni Iuculano Editore, 2004). Il Frangi ha fatto scomparire le mutandine prima di donare la costosa pelliccia ad una coppia di patrioti che si trovavano in disastrate condizioni economiche (W. Conti, comunicazione personale). Lino è morto nei primi giorni di maggio. Non si sa se è stato un incidente o se lo abbiano ammazzato i suoi compagni comunisti per impedirgli di continuare a fare esecuzioni sommarie di fascisti reclusi nella caserma dei Carabinieri di Dongo (F. Borzicchi. Dongo. L’ultima autoblinda. Ciarrapico, 1984). Solo lui, probabilmente, avrebbe potuto svelare il mistero che ancora circonda le mutandine di Claretta Petacci.