Albert Einstein, il padre di tutti i giovani ribelli?

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Uno dei personaggi simbolo del secolo appena concluso visse per alcuni anni a passeggio tra piazza Duomo e il teatro alla Scala.

 Un personaggio che molti hanno definito bizzarro e ribelle, un “personaggio” per la quale sono stato sempre affascinato e non ho mai capito il perche’ [ cg]  

Einstein scese la mattina avvolto nella solita vestaglia stazzonata. I capelli spettinati, gli occhi spiritati. Diede un bacio distratto alla moglie e consumò il suo caffé con lo sguardo perso nel vuoto. La moglie intuì immediatamente che qualcosa bolliva in pentola. Einstein si alzò per andare a sedersi al piano come usava fare nei momenti in cui aveva bisogno di ritrovare la sua concentrazione. Mentre si allontanava disse di aver avuto un’idea formidabile. Suonò un po’ di Mozart. Vecchia passione giovanile il compositore austriaco, quando in compagnia del suo violino intratteneva parenti e amici suonando i suoi pezzi preferiti. Ogni tanto smetteva di suonare e appuntava su un foglio alcune parole con la sua tipica grafia illeggibile. Poi riprendeva a picchiare sui tasti. Le note del piano erano inframezzate dalla voce di Einstein che diceva: «È un’idea formidabile, un’idea fantastica». Poi si fermava, qualche appunto ancora, e la musica riprendeva. Dopo mezz’ora, glissando le insistenze della moglie che gli chiedeva spiegazioni su questa sua nuova idea, decise di ritirarsi nello studio al piano di sopra. «Non voglio essere disturbato». Così disse e furono le ultime parole che pronunciò prima di quindici giorni di assoluto silenzio chiuso nel suo studio. Ricorda la moglie che usciva solo per questioni igieniche e apriva la porta solo quando lei gli portava i pasti. Due settimane dopo, bianco e stremato, avvolto nella stessa vestaglia di quella fantastica mattina, Einstein tornò al piano di sotto appoggiando un blocco di fogli sul tavolo e dicendo: «Ecco qua». Era la teoria della relatività.

Einstein: giovinezza a Milano

LA FAMIGLIA – Cosi nacque quella che è probabilmente la più importante teoria scientifica del XX secolo, elaborata da un bizzarro personaggio che da più parti viene definito come l’icona del secolo da poco concluso. Ma pochi sanno che buona parte della sua giovinezza Einstein la spese a passeggiare tra il Duomo e piazza della Scala. Albert Einstein nacque nel 1879 a Ulm, una piccola cittadina sul Danubio. Sua madre, Pauline Koch, era l’agiata e giovane figlia di un mercante di grano. Hermann Einstein, il padre, vantava il tipico aspetto prussiano con i baffetti castani e il pince-nez. Appassionato di matematica si dava arie da grande imprenditore anche se la sua vita non fu che una lunga sequela di fallimenti imprenditoriali. Hermann aveva un fratello, Jakob, ingegnere elettrico con un grande talento per le applicazioni di una recente scoperta: l’elettricità. Jakob, forse impietosito dai fallimenti del fratello, lo costrinse a trasferirsi a Monaco per diventare suo socio nella società che forniva l’illuminazione a gas alla città. Presto la società mutò e si specializzò in istallazioni di reti elettriche e di apparecchi per illuminazione. Proprio al seguito della Elektro-Technische Fabrik J. Einstein & Co., i fratelli Einstein approdarono in Italia. Fu l’ingegner Lorenzo Garrone a convincerli che l’Italia del Nord era terreno fertile per quel tipo di attività. Così che nel 1893 si trasferirono in una bella casa di Pavia che era stata di Ugo Foscolo, allettati dalla prospettiva di poter avere in appalto la costruzione di una centrale idroelettrica che fornisse elettricità alla città.

 

RIBELLIONE – In quel periodo il giovane Einstein costruì l’uomo che sarebbe diventato in futuro. Negli anni della vecchiaia, con una punta di tristezza, ricordò il giorno in cui il padre per la prima volta gli mostrò una bussola il cui ago continuava a spostarsi per indicare sempre il nord. Lì il giovane si vide dischiudere un mondo intero, fatto di forze insondabili e invisibili che gli fecero da guida nelle sue scelte future. Quella stessa bussola, dice la leggenda, sembra che fosse sempre nella tasca di Einstein come una sorta di oggetto totemico. Ma intanto Albert cresceva come un ribelle. Contrario all’autoritarismo in ogni sua forma, rinunciò alla cittadinanza tedesca per evitare il servizio militare e per lo stesso motivo fu cacciato dalla scuola. Ma poco gli importava. L’Italia lo fece rifiorire dopo i grigi anni di Monaco, avvolto nella pesantezza mentale della Germania. Le lettere di quel periodo mostrano l’amore incondizionato che aveva per l’Italia, per la luce, l’arte, l’atmosfera che si respirava nelle nostre città. L’unica lamentela che sembrava muovere era che Pavia appariva più sporca di Monaco. Il giovane Einstein passò buona parte di quel periodo a lavorare con il padre e lo zio ma nella sua testa stava maturando un progetto, l’iscrizione al Politecnico federale svizzero di Zurigo. Albert lasciò l’Italia per la Svizzera nel 1896, per terminare la scuola secondaria da cui era stato cacciato e poi avviarsi allo studio della fisica e della matematica al Politecnico.

 

IN SVIZZERA – Nel frattempo gli Einstein non navigavano in buone acque. Il progetto della centrale idroelettrica di Pavia era sfumato e, subissata dai debiti, l’impresa dei fratelli Einstein fallì. Jakob decise di farsi assumere da un’altra ditta e il padre di Albert, Hermann, nel 1896 decise di trasferirsi a Milano dove aprì una nuova società per la costruzione di dinamo e motori. Hermann, lo abbiamo già detto, non aveva il senso degli affari e la società non ottenne mai grandi risultati, ma la famiglia Einstein era felice nella grande casa di via Bigli. Albert dalla Svizzera inviava notizie sui suoi strabilianti miglioramenti scolastici e appena le pause dallo studio glielo permettevano faceva ritorno a Milano. Pare di vederlo quel giovanotto sicuro di sé, con il cappello di feltro tirato indietro sui folti capelli neri che cammina a passi rapidi e irrequieti per piazza della Scala o davanti al Duomo. Come a Zurigo anche a Milano Einstein ammaliava tutti quelli che incontrava. Lo sguardo acuto dei luminosi occhi castani, l’increspatura sarcastica della bocca dalle labbra carnose, l’atteggiamento irridente del filosofo e del libero pensatore lo rendevano immediatamente popolare in qualunque ambiente. E se questo non bastava allora ci pensava l’inseparabile violino con cui suonava Mozart a qualunque ora del giorno e della notte. Forse la sua esuberanza, il suo fascino lasciavano dimenticare la trasandatezza del suo aspetto, i capelli lunghi e costantemente arruffati, gli indumenti spesso, per distrazione, portati alla rovescia e abbottonati male. I lacci delle scarpe perennemente sciolti. La madre ogni volta che lo vedeva tornare a casa parlava con le amiche del suo «continuo scherzare e ridere e del fare musica che non lascia spazio ad altro».

 

E POI L’AMORE – Ma i periodi belli non durano per sempre. Fosche nubi si stavano addensando sulla pacifica vita degli Einstein. Albert al Politecnico aveva conosciuto una ragazza, Mileva Maric. La madre Pauline non voleva che i due ragazzi continuassero a vedersi. Mileva era serba e, si sa, i serbi sono «loschi e forestieri» e le loro donne sono «facili». Albert apparteneva a una famiglia ebrea tedesca della media borghesia e doveva aspirare a una donna migliore. Nel 1901 Albert fece ritorno definitivo in Italia. Il Politecnico era finito. Era laureato, ora doveva cercare un impiego. Gli scontri con la famiglia, in particolare con la madre, sulla questione di Mileva si fecero sempre più accesi. I ragazzi si frequentavano ormai da anni, era ovvio che non si trattava di una infatuazione passeggera, eppure Pauline cercava di fare di tutto perché il figlio troncasse quella relazione. Albert visse periodi bui in quegli anni, come unico conforto aveva le lettere che Mileva gli spediva da Zurigo, dove stava terminando gli studi, e le affascinanti chiacchierate di fisica con l’amico di una vita Michele Besso. Fu proprio in Italia, tra una passeggiata e l’altra, che Einstein gettò le basi di quelle che furono le sue successive ricerche. Ricordò in un diario che proprio avvolto dal nostro sole si perse a pensare alle onde di luce e a che cosa avrebbe visto se avesse avuto la possibilità di viaggiare a cavallo di una di queste onde. All’esterno, come gli capitava spesso, sembrava in trance, come fosse approdato in un mondo tutto suo. Questo tratto del suo carattere lo accompagnò per tutta la vita. Ricorda chi gli era vicino che a volte si assentava, anche nell’ambiente più chiassoso, per convogliare tutte le sue energie su un unico pensiero.

 

FINE DELL’AVVENTURA – A Milano studiò la questione degli elettroni e il loro ruolo riguardo a calore, materia e radiazione. Ma quello che non gli riusciva di fare era di trovare un lavoro. Indiscutibilmente tutti a Zurigo erano a conoscenza delle sue straordinarie capacità, ma sapevano anche di quanto fosse refrattario all’autorità e un ribelle in ambiente universitario non serve a nulla. In tanti lo ostacolarono in quegli anni proprio perché esasperati dal suo carattere. Albert riuscì a fuggire da quell’opprimente clima familiare solo quando un amico gli promise che lo avrebbe raccomandato per un posto da impiegato all’ufficio svizzero brevetti di Berna. Quello che la sua famiglia ignorava ancora era che Mileva aspettava una figlia e Albert aveva deciso di sposarla. L’avventura italiana degli Einstein terminò tragicamente nel 1902, in ottobre. La salute di Hermann Einstein ebbe un crollo, forse aggravato da nuovi problemi di soldi. Albert fu richiamato a Milano d’urgenza. Sul letto di morte il padre ebbe solo il tempo di dargli la sua benedizione riguardo al matrimonio con Mileva, poi morì. Era il 10 ottobre. Dopo che le ceneri furono tumulate nel Cimitero Monumentale di Milano, la famiglia Einstein si allontanò dall’Italia oppressa dai debiti contratti negli anni. Il piccolo stipendio di Albert non poteva bastare per tutti. E gli anni che seguirono non furono facili. Ma Albert seguì il suo destino, vinse il premio Nobel e divenne uno dei più importanti fisici della storia dell’umanità. Il curioso ometto che ci fissa da decine di poster, magliette e tazze, il padre della bomba atomica, che quando seppe del bombardamento di Hiroshima disse «Se dovessi rinascere, farei l’idraulico», visse alcuni dei giorni più felici della sua vita proprio a Milano.

[ fonte: Francesca Belotti e Gian Luca Margheriti  ( dal corriere della sera 28 gennaio 2008)