Londra – È dello scorso 28 ottobre la notizia dello scorporamento Eni-Saipem, con il 12,5% della seconda che passerà al Fondo Strategico Italiano.
Niente “falsi allarmismi” però: non si tratta di una vera e propria dismissione di un bene pubblico poiché Saipem rimarrà de facto “aggrappata” al perimetro della Pubblica Amministrazione (PA).
Per comprendere i motivi è necessario spiegare al lettore meno esperto che cos’è il Fondo Strategico Italiano, chi lo controlla e perché è stato istituito.
CONTABILMENTE AI MARGINI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE / Il Fondo Strategico Italiano e la Cassa depositi e prestiti
Istituito nel 2011 per iniziativa dell’allora ministro Giulio Tremonti, il Fondo Strategico Italiano è per l’80% controllato dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp) e per il 20% da Banca d’Italia.
L’obiettivo è quello di affidare alla Cdp le partecipazioni pubbliche “in società di rilevante interesse nazionale in termini di strategicità del settore di operatività, di livelli occupazionali, di entità di fatturato ovvero di ricadute per il sistema economico-produttivo del Paese”.
La Cdp gode di una posizione privilegiata all’interno dell’assetto istituzionale italiano. La Cdp è assieme alla collega francese Caisse des Dépots et Consignations (Cdc) e alla tedesca Kreditanstalt für Wiederaufbau (Kfw) un’entità creditizia “quasi bancaria” che, seppur interamente garantita dallo Stato, non rientra nella definizione di debito pubblico.
Ergo si potrebbe ricorrere a un artificio contabile per “abbellire” i bilanci pubblici, trasferendo tutte le partecipazioni pubbliche alla Cdp (o a un fondo controllato dalla Cdp come il Fondo Strategico) fuori dal perimetro della PA ma ancora sotto la tutela dello Stato.

MENO DEBITO, PIÙ COMPETIZIONE / Le privatizzazioni in Italia.
Imparare dagli errori del passato per guadagnarci due volte
In Italia si torna periodicamente a parlare di privatizzazioni. Il nostro paese a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, ha potuto maturare una importante esperienza in tema: è fondamentale farne tesoro per tracciare un sentiero sostenibile e proficuo verso la riduzione del perimetro pubblico.
Storicamente le privatizzazioni italiane non sono nate da un disegno politico a favore del privato ma dalla cronica necessità di far fronte alla crisi dello Stato, tanto dal punto di vista fiscale e finanziario, quanto della rappresentanza politica.
Le esigenze di “fare cassa” e di utilizzare le dismissioni quali “collaterali” per la riduzione del debito, però, hanno apparentemente sortito effetti passeggeri, proprio sul debito pubblico.
Da qui la necessità di fare tesoro degli errori passati, evitando di ripeterli, mettendo il Paese e la collettività nelle condizioni di poter realmente beneficiare da queste operazioni una tantum.
Se allestite in un certo modo, infatti, le privatizzazioni possono garantire un doppio dividendo, contribuendo a:
ridurre il rapporto debito/Pil (anche in ottemperanza agli impegni presi con l’Europa considerato che il Fiscal Compact richiede agli Stati membri di ridurre la mole debitoria al 60 percento del PIL in vent’anni)
innescare dinamiche competitive più virtuose attraverso la liberalizzazione di mercati trasferendo i monopòli pubblici in mani private .
Così concepite, le privatizzazioni possono contribuire alla crescita economica, oltre che fornire una risposta ai timori dei mercati (e dell’Europa) circa la solvibilità e la sostenibilità della mole debitoria del Bel Paese.
Stato ed enti locali possiedono importanti asset mobiliari e immobiliari. In entrambi i casi, al di là di una ristretto numero di enti o società strumentali e di edifici storici o funzionali al core business delle amministrazioni pubbliche, gran parte delle proprietà pubbliche può essere alienata senza che l’erogazione dei servizi pubblici o lo svolgimento delle funzioni pubbliche ne risentano. La difficoltà sta piuttosto nel cogliere il momento più propizio per effettuare la cessione.
Allo scopo si potrebbe rielaborare un progetto originariamente presentato negli anni ’90 dall’ex ministro Giuseppe Guarino, ovvero l’istituzione di un fondo di valorizzazione, esterno alla Pubblica Amministrazione (e pertanto non dissimile dal Fondo Strategico Italiano), a cui far affluire i beni dello Stato per poi collocarne le quote (azionarie per i valori mobiliari e obbligazionarie per gli immobili) sul mercato.
Per quanto riguarda gli immobili interessati all’operazione, si potrebbe riprendere quanto proposto a suo tempo da Michele Fratianni, Antonio Maria Rinaldi e Paolo Savona – ossia di conferire a un fondo precostituito l’onere di emettere delle obbligazioni “cum warrant”, reperendo così liquidità fresca da trasferire al Tesoro senza, tuttavia, collocare immediatamente gli asset sul mercato alle valutazioni correnti, ma utilizzando lo strumento delle obbligazioni “cum warrant” dando ai possessori la facoltà di acquistare i beni oggetto di dismissione a una data futura (tra 5 o 10 anni in base alla tipologia di immobili da opzionare); magari contando sulla ripresa del mercato immobiliare alla data di scadenza.
Bibliografia:
Istituto Bruno Leoni – Un’agenda di privatizzazioni
Portale della Cassa depositi e prestiti (Cdp)
Privatizzazioni e liberalizzazioni: quali proposte per la RAI?
Stefano Fugazzi – Idee per l’Italia: abbattere il debito pubblico per restituire all’Italia la sovranità in politica economica
Stefano Fugazzi – Proposta Iperuranio: tagliare il debito pubblico e valorizzare l’Italia
Stefano Fugazzi – Renzi e Boschi: su debito e crescita io farei così
Svolta Saipem, entra il Fondo Strategico con il 12,5%















